giovedì, 06 agosto 2009


[Inizi, Fini, Inizi di fini. Inizi di inizi. L'importante è partire.]

 

(Il vuoto strutturale è un bestiario medievale, si lotta agb per riempirlo, ma non è un buon motivo per arrendersi o per compiacersi di lui.)

 

Invasione di ricordi a emivita lunga, pillole a lento rilascio che ti scorrono endovena, intramuscolo, ovunque, medicine un po’ moleste contro la giornata in corso e la sua più o meno normalità.

 

Ché poi gli attimi più belli sono sempre gli ultimi, quelli di quando senti dentro lo stomaco e non solo nella testa che sta per finire, che si sta per tornare. Esattamente, di quando in via dei Condotti mi sono girata per guardare ancora la scalinata bianca. O degli angoli di strada che preparavano alle divine apparizioni pagane. O di quando la brina di Trevi si appiccicava in faccia: “ricordatela ora”.

 

Il fiume era mentale e a un certo punto anche realissimo nella musica di quei 4 in strada e nelle parole di quegli altri: la corrente ha iniziato a trascinare tutto il lungotevere, l’isola, e noi con lei. Verdastro, ma non mi sembrava sporco, semmai vivo e verde di qualcosa di bello. Come di quando si dice verde speranza, non lo so.

E non c’era nulla di non fluido nello (s)correre della notte, il naturale invade nel sonno i 2 clochards che attendono l’n.8, si coprono l’uno col corpo dell’altro, intriso di alcool e di soddisfazione strappata in giro.

 

E’ stato un bordello, anche meraviglioso.

Volevo, e l’ho preso alla fine, come nelle migliori, odiose, favole in cui cenerentola è la bella sfigata di turno che pena per poi diventare ricca come la matrigna, ma in teoria più buona di lei.

 

Ricordi indescrivibili che stanno in un groppone, in gola, di fontane lontane che ci siamo portati in minima parte e che è come ci attendessero, senza vita.

Contrappunti operistici e ritornelli in meraviglioso equilibrio rock.

Calligrammi su Trastevere, di me dentro l’acqua, di occhi che si autoaccudiscono prendendosi tutto.

Estremamente, visceralmente affamati di noi.

Affamata di tutto, cibi, posti, ponti e sbronze, ma mi rendo conto solo alla fine, o al ritorno, per mancanza di respiri interiori ed esteriori, senza attimi per sederci, certi giorni, neanche sul cesso.

 

“Ara pacis di sto cazzo”

“Tutto il resto è fuffa”

(figli di 2 intrugli indefiniti - campo dei fiori)

 

“Il socché di cozze”

“Raffaello Stanzio”

“Rolling!!”

“Quest’è n’osteria (zaffa)”

“We are against war and tourist menu”

“Io non sono un turista!”

(trastevere - ho detto tutto.)

 

“Il pacco magari è tutto palla con in mezzo un arosticino da 50 centesimi”

(romanticism - piazza di Spagna)

 

 

Oggi, in sintesi, voglia di piangere immensa come sono immensi certi monumenti, certe colonne che fottono il tempo.



rimuginato da piccolaemi alle 19:48
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sabato, 09 maggio 2009


[Una Dark-simil-rivoluzionaria che impasta pizza,

Un Cheguevara dell’anima.]

 

Ho lavato Pup. Strillava come una donna in fase-parto o come una capra isterica, o entrambi.

L’ultima volta che l’ho fatto, la zia era dietro la porta e urlava: “lasciatelo stare l’armaluzzo, chi ci state faciennu?” …Io e il brother sorridiamo, di solito non ci diciamo nulla, ma sappiamo; da come siamo oggi e non eravamo ieri.

[…]
Oggi volevo essere a Cinisi;  adesso ha un suo perché, ma l’ho odiato visceralmente quel paese con le finteninfee che pretendono di essere ninfee, catafottute dentro la fontana fintoesagonale e melmosa di una piazza che pretende di essere "Centrale".
E’ un perché incasinato, di bambina costretta e di urla, ed è un perché commosso per quello che rappresenta. Non ne avevo idea, allora; passeggiavo per il corso con una brioche al caffè annoiata del bar Roma; e lo odiavo.
Non me lo avevano detto.



 

“Noi perdiamo col tempo tutte le volte che lo ignoriamo,

in cui vogliamo essere una cosa che non siamo più.

E allora diventiamo patetici.”

(V. Capossela)

 



rimuginato da piccolaemi alle 17:28
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mercoledì, 26 novembre 2008


“Ha vissuto in una povertà fetente,

e alla fine… morendo… vi ha lasciato la sua eredità.”

 

Nella panda rossa parole biondo-affettuoso diluiscono un pomeriggio da isolamento affettivo e ricordano il suo viso tondo e i ricci... assurdissimi, mi sono sempre chiesta come li sopportasse. Non riesco a ringraziarti però, Mamma.

(...)

Per il disgusto non sono andata a lavoro.

Braccia attorcigliate, silenziosa di quel silenzio che indosso quando sono contrariata e aggiungerei incazzata, osservo fissa la minicaffettiera sul fuoco, nuovo acquisto schizofrenico del grand-père, “perché questa lo fa più buono il caffè”. Sah: un minicaffè e in casa la corsa costante al suo accaparramento.

Sostanzialmente, il mio silenzio sa di grugnito.

E’ che immagino.

Sta volta l’idea ha a che fare con sofisticati interventi di parentectomia, perché di serpenti da porcile paraumano ce n’è troppi in giro, disturbano, e non saprei con quale fanghiglia soffocarli: le ho già provate, quelle reperibili.

(Le sinapsi -piedi in culo- corrono veloci alle consolazioni zuccherinate.)

C’è ancora voglia di lì, nonostante Barça sia stata ingurgitata violentemente stile pollo succulento quando hai la voragine nello stomaco; e non un pranzo prenotato all'angolo gastronomico di fiducia, bensì scelto velocemente, passionalmente, lì stesso, lontano da casa, su scaffali scogniti e banchi impaccottigliati scavati dagli occhi affamati delle 16:03. ...Il tutto per questo estremamente più SUBLIME.

(...)

La notte mi infilavo da destra dentro i plaid sovrapposti del lettone a due piazze; a quel punto, come se si fosse d’accordo e invece spontaneamente, la pelle del viso, della fronte, cominciava a intrecciarsi -i giunchi molli acquisiscono forme naturali dopo non troppe sperimentazioni-; altrettanto quindi le gambe, rannicchiate in posa fetale sotto le coperte tra stanchezze e geli, a formare di due una sorta di uno, plastici. E ci hai anche lasciato le mutande nuove.

(...)

PiscEmi-SamosEmi rimugina, sorride se squilla subito il cellulare, lo afferrano mani sudaticce post-atterraggio e di ritorno le trova sorridenti, pronte al benvenuto della quotidianità, che oggi è impastare il pane arabo come si impastano i pensieri, le voci, non sempre perfettamente, ma assaporando lenti il gusto perché così ha molte più sfumature. ...Sono sempre nipote di un cuoco.

 

***

ASPETTO.

Questo nodo si scioglierà,

come al sole certe vipere artefatte di veleno belante,

perché in fondo bluffano, alcuni STUPIDI AGNELLI.

E Io.

Sto imparando l’arte dell’attesa, della lentezza sul fuoco.

Sono fiera, e dolci alle parole sparse, ogni tanto, magari poche, ma Girandole.



rimuginato da piccolaemi alle 21:26
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lunedì, 24 novembre 2008


-El Born-

El Born ci ricorda i candelai versione evoluta ed è casa nostra fin dall’inizio; ci muoviamo sciolti per le viuzze ricche del povero e delle empanadas di atùn ben ficcate nello scatolo-a-braccio della signora rossiccia in notturna, a destra il carrer de Moncada e Picasso, a sinistra le guglie gotiche, ovunque gli odori di tapas. Il fascino decadente delle strade in un bicchiere di vino rosso alla ricerca dello scorcio migliore: clic.

 

-Ababa!-

I ladri di spillette fotografano lenti gli angoli impiastrellati di ParcGuell dopo il furto magistrale, passeggiano tra gli scaffali del carrefour mangiando biscotti rubati, fuggono non troppo celeri lungo il Barri Gotic con in tasca il bottino. Apprenderanno e ripeteranno, incauti come gli amanti focosi, eccitati come i bambini al luna park, facce infantili post marachella adrenalinica, mani piccole e veloci. E probabilmente qualcuno ci crede ancora i proprietari di casa Vicenç, invece era la classica violazione di proprietà privata.

Siamo bambini complici, rubiamo il cioccolato alla mamma, scappiamo, nascosti sotto il tavolo a chiederci ridendo a cosa serva il cucchiaio di legno dentro il grembiule, ché tanto non ci scopre mai.

 

-SamosaAddicted a Barcelonacity-

Il mio ringraziamento personale alle samosa, loro cercate ovunque, affamati, inneggiando invasati agli amati pezzi strapieni di tutto. Loro che hanno attuppato le fami alcoliche a piazza Orwell tra i deliri xatò dei trapiantati italiani più borrachos che italiani. Loro che hanno frenato straripanti crisi isteriche a Gracia e funto da dolce alla patata a El Raval. Loro che 1 e 50 centesimi o uno E’ 50 centesimi. LORO . (amordisamosa).

 

-SanclusSanclusSanclus(?)-

Dalle cime incompiute della Sagrada Familia la scritta ci riecheggia qualcosa, ma non ne siamo certi. A un certo punto lui si lancia: Sanclus. E inoltre aggiunge: “san clus lo conosco, babbo natale non si dice santa clus? Ma non è maschio?”. ...Sarà che abbiamo la peste.

 

- () -

Il vecchio turco canuto mostrava il reale augello negro nel cuore stretto del Raval tra una prostituta e l’altra, urlando e pisciando egualmente rauco.
La sera dopo, lui mi guida sicuro nello stesso vicolo, mani sudate intrecciate verso l’assenzio paglierinato del bar Marsella, il luogo degli specchi romanticamente opacizzati tra i tetti scrostati che penzolano tenaci sulla nostra copa. Mentre a un tizio prende fuoco la mano, io progetto il furto della forchetta su cui abbiamo goffamente sciolto lo zucchero&aigua in dolci zollette retrò.


Sarà che siamo viaggiatori istintivi, ingenui: smodate voglie di contatto, il tutto ci conquista, conquistiamo tutto, l’adagio di Albinoni sulla fontana rosso-viola commuove, Gaudì luccica ed esalta, Mirò metafisicosurrealista spinge a conversazione arzigogolate su maggio e sulle mujer y ocell seduti sulle pietre di Montjuic, testimoni le fedeli baguettes+banane preparate sul letto al n°304.


Sarà che siamo viaggiatori curiosi, dormiamo stretti, poi danziamo tutta la notte, sentiamo i sorrisi correndo da un punkbar all’altro, e tachicardici balli (pop)porno al centro di personalissime piste assolate di luci; i chupitos ornano discorsi dall’inglese al sudamericano, cenni di italiano e francese disperato, ancora così tra le in-sinuose traverse della Rambla.


Nomadi fieri di cartine strappate e parchi verdi su cui distendersi, sconcertati dal tuttotroppo della Boqueria, gli stessi di Barceloneta-Urquinaona, dei panini ogni giorno più grandi o dei crolli nevrotici da ricerca di paella, siamo quelli da cuffietta nelle orecchie sulla strada del ritorno che ballano/piangono tra i noti pusher di estrella zona Colòm; e delle 800 foto e del biliardino-postvinrouge all’OvellaNegra, della vagina agitata, dei supermercati-siempre, della merendina locale preferita, del moai&salatinispanish in pietra al Manchester, del fiore e del topo adagiati, teneramente vicini al centro di placa Catalunya, in due, ubriachi, l’uno sull’altro, io accanto alle puttane che dormo un po’ così.

 

In effetti alla fine siamo sempre stati Noi.

(bello. e il bello si sente.)


 

dietro i vetri le nuvole, sotto la spagna... verso l










P.S.:



rimuginato da piccolaemi alle 03:19
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sabato, 15 novembre 2008





Partire e tornare

tornare e ripartire

partire, non tornare.

 

E’ sempre un po’ così: fuggo con la valigia stracolma di me che torna più piena e più vuota di me.

Nel processo di spezzettamento/riassestamento i piccoli emi-pezzi collosi si attraggono e si respingono, giocano tremuli incerti tra loro, le altre calamite fanno il resto.

Mi chiedo spesso com’è senza di me, in un fisiologico delirio egomaniaco; l’assenza, seppur momentanea, affascina, mette alla sbarra timidamente, sinuosamente.

So -quel tantino alessitimica pre-volo- della mancanza e della voglia di restare via, ma i due punti sono adiacenti nello stesso gironzolante cerchio che poi sarei Io: li conosco, li osservo, li avvicino, li addolcisco.

A casa attendono ansiose serate splendide e nuove microtragedie, fremono loro... per noi. Eppure si va.

Avrei la cazzo di valigia da chiudere.



rimuginato da piccolaemi alle 10:40
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sabato, 22 marzo 2008


Le mani grondanti di vulv-doz nelle mie,

le mie nelle altre.

MPSS, poi doz’house: aperitivi tra ciambelle dietetiche e flash di ouverture da vestizione femminile di rito.

Quindi pandino blu con spifferi, olio bilboa e “perché il wurstel?” sulla palermo-balestrate.

H 21.00 circa: luogo della perdizione: gelo a gogò, lo sbricciolino, le trombe che trombano, il vino rosso&solidale in testa; doz’ulva svolazza biondissima, paresi facciali e fotoricordi, “emi e la teoria del bucatino”, mi fanno male i pienissimi, -c’è patata? -la puoi condividere con noi la patata? ...Sei tautologico, SAPPILO.

L’acqua&alloro in 3 in pieno periodo refrattario da similbucatiniorgasmici fatti in casa chiude mirabilmente la cena tra asma e generiche devastazioni.

Il ritorno sa di cucine a gas e californication, braccia morbide da stringere, mondi paralleli in palermotown, sogni anticipatori di notti&risvegli da vivere fino a tardi. "Potrei scambiare i miei 'le ore' con te ?"

 

...Voler legare il tempo,

stanca di fughe da vento in faccia

e angoscia che si ciba di te alla factory-girl.

Lei la storia, i perché, li racconta con convinzione, tra il mellifluo e l’invasato.

{E’ la paura del rifiuto, dell’abbandono; non c’è la persistenza dell’oggetto interno, è incostante. La mamma è il primo oggetto d’amore a dirti che sei ingombrante. Ma una bambina non sa la mamma perché la rifiuta (lei, se io la amo?). Lei non è cattiva, non può; perciò se non mi vuole è ovvio: sono IO la cattiva. E allora non mi si può amare, lei non mi ha voluto: non mi vorrà nessun altro, lei è buona, non può sbagliare, lei, io.}

 

"Tutto ciò che di importante accade,

accade per sempre.

(e certe volte

continua ad accadere.)"

 

((NO.))



rimuginato da piccolaemi alle 15:38
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martedì, 18 marzo 2008


1#

 

Kurtschlussreaktion. (reazione a corto-circuito.)

Più o meno funziona così: letture su Verlaine ingarbugliati, risvegli, pelle.

Ma il meccanismo può anche incepparsi, è un rischio da correre, fisiologico. E in effetti capita che passeggiate al sole e vaniglia fresca non smussino delusioni graffianti proprio perché non pensavi.

Ho cercato tobleroni riparativi tra scaffali in 3-4 supermercati: non è destino. La cerniera si blocca tra le anse sinuose di cappotti troppo grandi e TAC. Fughe deliroidi in viale regione, è lunga, libera, il vento in faccia urlando senza voci che “tanto è meglio così”. O no. Testa di cazzo.

Chiudendo gli occhi scivoli via;

e questa volta ancora ti ritrovo?

 

“Ciao, che fai? mi vuoi?
ok, ti va?
di qua, ci sei? ne fai miracoli...
reciti bene.

Io non so chi sei
vorrei gli dei quaggiù
perché così rinascerei
senza guai
Dark Room
Che cosa vuoi?
tramonti
Che cosa dai?
che sconti fai?
Che occhi neri hai.”

 

2#

 

Imponendosi Non-Pensieri con facilità.

Adottata, lecco lentamente una caramella trasparente A LETTERE; amo smodatamente la liquirizia, aspetto che il suo volume sciolto dalla mia lingua paziente sia accettabile, ma “emi se la lecchi non si rimpicciolisce!”. Continuo.

Passo ad alberi a conformazione vulvoide, a nuoviritorni su panche e parole sul mare, a risotti zucca-arancioacceso stranamente approvati da ‘loro’.

Il DiVinoRosso merita un 6-, De Chirico e le muse appena un 8 (scarso), le bocche al DVR solo il massimo. E’ buio la sera, la Moskovskaya brucia in gola prima di passare allo stomaco fiera di sé.

 

d.: se sono buono mi vorrai sempre bene?

e.: certo.

 

gv.: il mio regale augello entra solo in porte selezionatissime...

c.: vedi che sta bussando.

e.: occupato.

 

f.: il 10° pianeta entrerà nella nostra orbita, modificherà l’asse terrestre e moriremo.

s.: meglio non saperlo.

e.: e ma io voglio salutarti...!

s.: sicuramente saremo insieme.

 

I flash by Rocket-Home prendono il solito 8e½;

si sa, sono eccessivamente ROMANTICA, io.

 

3#

 

Sarò un articolo 17.

(bambini-colorefragile, carceregrigio, possibilità.)

(brividi di felicità.)

 

4#

 

Vecchio stile, forme.

Giornate frenetiche fuori, brandelli di futuro, uno anche di passato; mi tocca senza uccidere in sguardi ostili da snob giallognoli ed io che sono sempre io, in fondo.

Giro da una parte all’altra 4 volte tra le 9.00 e le 19.00, via sampolo maqueda notarbartolo casa sanlorenzo casa&pc, corro-danzo-parlo-cado, reggiseno sganciato: incidenti di percorso, vermiglia riparto, nuda scrivo -no, non sono stanca- parole si srotolano, poi leggere per domani, sveglia alle 8 massimo.

Penso (“che ho di nuovo i brividi”).

tutto questo sa di vita. 
e di me.

io che sono sempre io, in fondo.



rimuginato da piccolaemi alle 01:22
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venerdì, 29 febbraio 2008


Sveglia.

Ho pianto.

 

Tempo fa leggevo un test. Stranamente, non era uno dei soliti fastidiosissimi elenchi che ti ritrovi nella posta, non in quel momento; chiedeva della vita un’ora fa un giorno fa una settimana fa un anno fa. Fino al parto, tipo.

E così scollamenti, pensieri a ritroso.

Si sa, ogni volta che mi guardo tormentata teneramente indietro sono impietosa, ed è difficile salvare, o salvarmi.

Eppure di questi giorni, di questi tempi, conquisto piano, lumacosamente direi, quei nuovi angoli visuali che mi concedono di perdonarmi, di guardare (guardarmi) con uno sguardo non troppo feroce, quasi buonista.

Se quel “tutto” non ci fosse stato non sarei insicura, sull’orlo, cristallo dentro; okkei. E’ che non avrei toccato il velluto denso che è questo slancio per, note solo mie che ho scoperto; e non avrei chi adesso è indelebile in me, perché non ci sono sfumature adeguate, non dentro la mia testa se non in fervori assolutamente, eccessivamente, emotivi, per descrivere notti bianche pomeriggi tavole a parlare di nulla mentre in realtà si sta parlando di tutto, e ti senti raggiante nonostante qualche segno su un braccio qualunque ancora CI SIA.

 

E’ come... Hai presente i bambini? Non appena nati, non esattamente; di quelli che adagio iniziano a palpare il viso della mamma con manine paffute, ancora incerte. Gattonano sotto sguardi attenti, esplorano stupiti, eccitati, altezze per cui sono invisibili; toccano, leccano, tirano, crollano e si rialzano ostinati con il viso tondo e le guance appena striate ma sempre rosee di quando hai 8-10 mesi e vuoi il mondo, lo assaggeresti tutto, nonostante la paura. Del mondo.

 

Ci penso spesso.

Scenari, tra lacrime calde che oggi sono Stupende.

Ritrovo una me che esiste solo girando certe chiavi. (tieni.)

Sono lì, curiosa, occhi grandi e vivi si slacciano, perché sono viva, io, e Ti Voglio come voglio quel mondo.

 

bimbi...

 

 



















(sai, tolgo bende ogni giorno, mi racimolo a poco a poco,
riconosco voci-odori-pelli morbide e dolci al tatto. 
e DESIDERO; tra terrori e trasporti, desidero, non mi pento
.)

"I’ve been sleeping a thousand years it seems
got to open my eyes to everything.”



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domenica, 24 febbraio 2008




Squarci.

Qualcosa bisogna pur salvare; così ritrovarsi -istantanee di velluto- e dopo anni figli in arrivo matrimoni mazze da hockey dietro le porte quasi per tutti, ma ancora giochi di bambini fragili, le pipì improvvisate nei box, le notti a dormire negli stessi letti, le partite di calcio in cui essere l’unica ragazza, fiera.

...“Dispositivi Umani”.


Perché il  P A S S A T O  a tratti è un bianconiglio morbidissimo che esce dal cappello noir(désir) quando ormai credevi di non saperlo proprio fare, il trucchetto.

Piccola fiammiferaia, mi aggiro: fuga delle idee, agli angoli le solite macchie, gocce di limone, qualche ansia in meno, labbra rossissime, inferni e conquiste di bimbe nude; scivola tutto sul mio vestito di raso cortissimo mentre mangio tartine una dietro l’altra e sorrido e ripenso alle parole fluide all’ed. 15 post giorni di studio angoscioso e strane mancanze.

(“faudrait voir, faut qu'on y goûte.”)

E’ dolce la mattina a letto nastrine&t(h)é dopo 3 ore di sonno cominciato quando dalle persiane il sole, lune deformi e cinguettii.

Sono tornata,
stanotte rimango.



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giovedì, 31 gennaio 2008



Svegliarsi nella NORMALITA', reimmergersi, o Emergere; come da un forno crematoio in cui giravo unta da anni, bella addormentata.

Adoro questi risvegli, o buonanotti.

La casa-famiglia che sa di nave -mi chiedo dove porterà-, realtà che sfuma se torno a danzare vibrando, di nuovo giochipassatifelici, la tesi, la mia tesi, tremavo scrivendo nel sentirne la forma, la sua, di ciò che amo fin da bambina, io seduta ad un lungo tavolo a declamare: “voglio fare la psicologa”, e intanto pensavo ai troppi noi, nell’immancabile astio dei presenti.

 

Notti lunghissime.
Oggi festa al RocketBar, lì dov’è iniziato tutto (quanti mesi fa...), mi sono rialzata da dentro un bicchiere, impensabile, e fremo per ondeggiare e ridere forte come in queste notti, con occhi sorpresi, lì stasera io e lei, noi, strette, e tutti quei visi, poipoipoi.
(TAC.)
Il bambino nell'adulto, riappropriarsi piano di sé, spirito infantilissimo che tocco ma da cui non posso staccarmi nemmeno per un attimo, grata di questo vento ai più, alla mia presunta strega dai capelli rosso-riccio, alle mie madri e sorelle e figlie, e anche a tutti quelli che. E poi a me.
 
E non credete, so, resto unta, il cuore amputato, okkei, se quei dettagli mi riportano lì, sempre lì, o a te.
Ma accade, e basta. 

“Uno si costruisce grandi storie, questo è il fatto, e può andare avanti anni a crederci, non importa quanto pazze sono, e inverosimili, se le porta addosso, e basta. Si è anche felici, di cose del genere. Felici. E potrebbe non finire mai.
Poi, un giorno, succede che si rompe qualcosa, nel cuore del gran marchingegno fantastico, tac, senza nessuna ragione, si rompe d'improvviso e tu rimani lì, senza capire come mai tutta quella favolosa storia non ce l'hai più addosso, ma davanti, come fosse la follia di un altro, e quell'altro sei tu. TAC.
Alle volte basta un niente
.
Anche solo una domanda che affiora.
Basta quello.”
(A. Baricco, OceanoMare)


rimuginato da piccolaemi alle 19:47
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