lunedì, 02 novembre 2009



Fame d’aria
Contro un muro,
Bocche attaccate si muovono non si staccano
Bevono/si-bevono
E penso di tagliarmi lì, sui polsi, dove fa più male del banale,
Lo faremo 4 volte, l’ultima è rimandata, rimandare, di amarsi.
 

Perdermi in infinite catarsi sesso-alcoliche,
combinazioni mi vagano in testa prima di salire allo stomaco e di nuovo poi la testa
e questa volta visceralmente.
muoio poi non muoio mai
“dalle mie parti l’oblio è l’unico modo per sopravvivere”,
ci vuole stomaco.

 
L’eye liner è freddo sulla pelle, sono una strega del cazzo, con pochi poteri del cazzo e molto nero addosso, occhi pesantamente in viola, pupilla verdemelma, zero scopa ma molto occhiaie e calze a rete da gran puttana.
Un pezzo di carne fresca in jam session sul bancone sanguinolento,
pesami su una bilancia
voglio il mio scontrino appiccicaticcio, almeno una volta
prima di incartarmi,
e cucinarmi a fuoco lento,
sentirsi masticata tra i denti,
sentire di me
quanto ero buona,
e fresca,
e ben maneggiata
sotto le arti sapienti di chef e mangiatori psicotici e comunisti affamati.
Di. Carne. Fresca.



rimuginato da piccolaemi alle 16:48
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mercoledì, 19 agosto 2009


1#

Dopo la sua morte, l’anno scorso, afferrando come un automa le sue cose per salvarle dalla frenesia della pulizia etnica, trovò una lettera di sua madre “(…) la grande sembra non essere sua. Secondo me, la odia. (…) Io personalmente sono inibita dalla sua presenza, dallo sguardo giudice e dalle critiche di mio marito, spesso accompagnate da parole sprezzanti.”

Finiva così. La piegò senza molta cura, per come era stata conservata, e la infilò nella solita borsa di pezza nera per non ferire suo padre.

Eppure quell’uomo da cui da piccina rifiutava di essere nata partoriva senza fine parole affilate, alienanti, sfregianti l’identità già fragile ed a causa sua.

Lei da bambina era bionda; pensava di essere stata adottata perché troppo diversa da loro, e spesso, dice, sarebbe davvero stato meglio.

 

“Ti prego chiamami tesoro adesso
mentre piove e l’aria è fredda
e ogni goccia d’acqua che mi sta bagnando
mi parla un po’ di te;
sono giorni che cammino senza meta
portandoti per mano
se anche torneremo uguali a prima non importa
se dovrò mandarmi in cenere
per ritornare a vivere
(…)

Siamo orfani ora
io te e la strada
se non si divide il buio
si tradirà sempre la luce.”

(V. Capossela)


2#

Parlavamo di serial killers -questioni di tesi- e mi chiedevi perplesso se a forza di studiarli pensavo di poterlo diventare.

(“quelli di Bilancia sono “omicidi transferali”, ovvero legati alla vendetta per essere stato umiliato da bambino,  in cui l'angoscia e l'intolleranza della ferita narcisistica originaria e l'istanza di risarcimento e rivendicazione viene trasferita dal mondo antico infantile all'hic et nunc.”)

....Trovare il modo di salvarsi da tutto questo.

 

3#

I fiumi, la punto e i blur.

Silenzio, materasso molto rigido, niente aria condizionata. Finestre aperte, zanzariere. Igiene, ordine, detersivi per le pulizie inodori. Accanto, per terra, un materasso blu da campeggio, due piazze, occupata solo mezza. Una mano scende dal lettino verso quella più in basso. 5:40 a.m.: adesso dormire.

Calarsi in te, come in un pozzo un po’ scuro che a poco a poco mi accoglie.

Sorgenti calde a Montevago.

 

I momenti riemergono come i pezzetti di fango pescati facilmente dal Belice.

Il falò alle 3, i ranci buonissimi, gente che oggi si compenetra perfettamente senza chiedere babysitter da passeggio, “la rivoluzione della tenerezza”, labbra.

Comprerò un kazoo da suonare strepitante in ogni momento, un arnesino viniciano di gioia, dispensatore di bordello e di quel po’ di me che continua a piacermi.

 

L’isola ammassata nel mezzo del Tevere è lo spettacolo della mia estate, con i due sopra a dire che ”vorremmo restare”.

L’isola mentale di oggi e di 7 giorni fa è il rifugio di me stessa, di noi che guardo fluire come due corsi d’acqua dolce che sanno sfiorarsi, sopravvivendo entrambi. “Music Is My Radar”.

Sentivo sparse le risate distese, ed ero leggera, sotto i 40°.

(“Prima eravamo dei vicoli, ora siamo dei fiumi.”)

(Bisognerebbe lasciarsi-andare così, ma è difficile, non te lo con-sentono.)

 

4#

G.E.
















 


rimuginato da piccolaemi alle 13:04
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martedì, 19 maggio 2009


- Allora?

  Faremo 10 figli oppure finirà e basta?

  ( )

- Comunque confesso che in momenti di estrema felicità ci ho pensato a fare 10 figli insieme.

- Allora io confesso che ci ho pensato a stare tanto tempo insieme… io e te.

  Cioè. Se non va con te con chi deve andare?

 

“Produzioni seriali di cieli stellati.” Abortiti.

Scarabocchi di pelle pieni di tutta la confusione nera di una notte: il pulviscolo nervoso non solo si respirava, ma si toccava o meglio vedeva, si infilava nei polmoni, li otturava, soffocando le rosee cellule.

Chissà quanto ancora possono allungarsi i non detti, chissà cosa siamo disposti a perdere. Prenderei martelli per frantumarli in mille pezzi sanguinolenti, e con violenza.

*

E’ evidente: il tanti auguri a te è una presa per il culo.

Monto dentro, panna rancida montata si incancrenisce proprio quando c’è un bisogno estremo, viscerale, legato quasi alla sopravvivenza fisica, all’evitamento del crash mentale, di stare bene.

Mi prendo una vacanza neuronale per non impazzire di pensieri e di angosce, assaporerò la città inquinata e il mare, correrò e ammirerò scorci come i vecchi nostalgici… qualcosa per ridare colore agli occhi e ossigeno ai polmoni e rossore alla labbra. Un’iniezione di significato che mi riempia i vuoti lasciati da voi.

 

E intanto tutto si condensa in nodi alla gola consistenti e tuberosi, li strapperei da me con un qualsiasi arnese infilato in bocca, ma il mal di testa mi mangia parte del cervello molle e inerte, è aggressivo e sfrontato, si mescola al sangue, ai dubbi, alla carne, ed è un patatrak.



rimuginato da piccolaemi alle 17:05
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sabato, 09 maggio 2009


[Una Dark-simil-rivoluzionaria che impasta pizza,

Un Cheguevara dell’anima.]

 

Ho lavato Pup. Strillava come una donna in fase-parto o come una capra isterica, o entrambi.

L’ultima volta che l’ho fatto, la zia era dietro la porta e urlava: “lasciatelo stare l’armaluzzo, chi ci state faciennu?” …Io e il brother sorridiamo, di solito non ci diciamo nulla, ma sappiamo; da come siamo oggi e non eravamo ieri.

[…]
Oggi volevo essere a Cinisi;  adesso ha un suo perché, ma l’ho odiato visceralmente quel paese con le finteninfee che pretendono di essere ninfee, catafottute dentro la fontana fintoesagonale e melmosa di una piazza che pretende di essere "Centrale".
E’ un perché incasinato, di bambina costretta e di urla, ed è un perché commosso per quello che rappresenta. Non ne avevo idea, allora; passeggiavo per il corso con una brioche al caffè annoiata del bar Roma; e lo odiavo.
Non me lo avevano detto.



 

“Noi perdiamo col tempo tutte le volte che lo ignoriamo,

in cui vogliamo essere una cosa che non siamo più.

E allora diventiamo patetici.”

(V. Capossela)

 



rimuginato da piccolaemi alle 17:28
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venerdì, 08 maggio 2009


Vorrei fare la dark, dura, con la matita nerissima e spessa, e anche un po’ allungata sulle tempie. Adoro il nero, non ha un cazzo di lugubre per me, è ripieno, pienissimo.

L’11 è il suo compleanno,

i miei 26 incombono.

(Le messe di commemorazione sono un’occasione per vedere gente cambiata, invecchiata, un mezzo per accorgerti del tempo che passa e che tu ingrassi. Nessuno esce vivo dalla vita.)

L’anestesia che mi inietto certi giorni fin dal mattino si fluidifica, inerte, nel verde mischiato di ocrantico e di blusenzapioggia; le feste delle medie le facciamo, e anche quelle dell’asilo.

Io

Ho

(),

Cuscinetti ossessivi contro il male del tempo, ho delle donne, un fintofiume lipposo, il delirio sul vecchio legno del tavolo strapieno. Nell’attesa, vago alcolicamente libera, creare e ricreare, flussi, e l’aria dolciastra dei corpi sonnolenti.

 

“l'amore resta sveglio
anche se è tardi e piove.”



rimuginato da piccolaemi alle 18:58
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lunedì, 13 aprile 2009


[Buone Pasque?]

pasque, sisi.



La mia tonsilla destra è enorme e in fiamme e tenta baldamente di fagocitare l’altra per incendiarla.

I risvegli sono allibiti come i pseudo-addormentamenti, sogno gioghi senza frontiere con me e le mie donne a superare prove di sopravvivenza assurde, scavalcate di cascate, arrampicamenti su muretti di muschio, infiniti castelli di porte da aprire con le maniglie troppo alte. Cazzo di metafore di vita; adesso riempirò 9 pomodori e andrò a mangiarli in via Sampolo con le mie tonsille.

 

E per fortuna Pasqua è morta anche quest’anno.

 

Ci sono giorni

In cui penso o temo

Che resterò sempre

La bassa donnina sfigata

Della porta accanto.

 

La pasqua, un po’ come il natale, è uno di quei giorni in cui mi sento cucito addosso un vestito solitario che ripudierei con la stessa convinzione con cui Galileo abiurò le cazzate ecclesiastiche sul sole che gira attorno alla terra. (Cloro al Clero.)

Desidererei ci fossero ancora loro, per avere la certezza che c’è ancora un embrione di famiglia con cui fare qualcosa, che vuole me… per avere la ragione che oggi mancava per alzarsi dal letto, per fare qualcosa di utile per qualcuno.

Mi mancano, e mi mancano le ragioni del loro amore.

Ma questo è solo egoismo.

 

(Cosa resta? sensi di vita profonda che sfugge.)

 

Avrò sempre una calza sfilata che non posso sostituire?

Il perché di una inevitabile malinconia è così criptico?

Superarlo con sforzi congiunti di mani unite è troppo ostico.

Aulin. Non mi compiango, ma sarebbe più semplice non esistere certi giorni inutili, io inutile.

(mi aspettano per inserirmi a tavola tra i figli degli altri, e forse dovrei lavarmi, ma non c’è niente di veramente mio in questo                 .)

 

(Chissà cosa si prova ogni tanto ad essere svegliati dal calore di una telefonata.)

(Potrebbe essercene bisogno, certi cieli color dopo di pioggia.)

 

“cullami e avvolgimi
con un caldo abbraccio
più che mai
parlami nutrimi.”



rimuginato da piccolaemi alle 11:23
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mercoledì, 08 aprile 2009


Mangio giri conditi di olio&inquietudine e mi aggiro per la casa masochisticamente, senza decidermi a fare qualcos’altro che non sia osservare il silenzio di certi angoli.

Il senso che certe cose hanno perso adesso mi sa di segatura, come quando grattugi il legno chiaro per molto tempo e con dedizione, e alla fine lui muta in polverina sparsa sul pavimento che se apri il balcone svolazza via in giro, perdendo la sua essenza, se non nella memoria.

Che cos’era l’oggetto iniziare, anni fa, lo sa solo chi lo ha osservato bene.

Il risultato finale è opinabile, è un risultato e non un’origine, l’origine è sempre in filigrana dentro al risultato, ma solo per chi sa guardare: è un dono la riduzione eidetica: l’essenziale è dei cuoredotati.

 

Oggi è il primo giorno senza tracce di lei, dopo tutto.

Sforzarsi di non riflettere sull’assenza serve, eppure il corpo si irrequietisce da solo, rigido o fin troppo molle sulla sedia nera, cercando altrove comodità mentali.

Oggi era anche giorno di esame, ma non ho spazio per i rimpianti; alle 15e20 i rantoli si ingrossavano nell’altra stanza e ho chiuso tutto sulla schizofrenia per tentare un’altra sorsata di aranciata. ...Che un’ora dopo sarebbe scolata sui mattoni bianchi, spargendosi tra i tentativi febbrili-cianotici di noi ragazzi troppo esperti di fine e di trattenere.

*

Siamo figli mentali,

non partoriti da un grembo solo apparentemente sterile:

in realtà ne ha accolti tanti.

*

Stanotte ho cercato delle foto, ci sono cose che ad occhi esterni appaiono mediocri e scontate ed eccessive; poi, quando ti sei bruciato, capisci che certe pomate come certe immagini hanno il loro posto in una cornice, e non c’è niente di banale, se il vestito lo porti con la solita dignità.

Le mie lacrime abbondanti, tenetele la mano, ma tenetemi la mano; la consapevolezza di aver amato fino in fondo, fino all’ultimo, desiderando che finisse e piangendo di questo desiderio.

Non morirà mai la mia parte bambina, bagnata, offuscata, neanche mentre nasce quell’altra. Perché c’è troppo dietro un viso raggrinzito dalle piaghe, c’è un troppo che aveva sempre avuto a che fare coi ricordi, con l’amore, con la dignità... con la famiglia, per chi famiglia non ne ha. E io quel viso non mi stancavo fino all’ultimo di accarezzarlo.

 

Stringo le loro mani calde mentre si avvicendano convenzioni incravattate, ma noi “alle bruttezze di questo mondo, sostituiamo la dolcezza di meravigliose anime”, e questa volta i cestini dell’asilo c’entrano davvero.

 

"Ti prego chiamami tesoro adesso
mentre piove e l’aria è fredda
e sono giorni che cammino senza meta
portandoti nel cuore."



rimuginato da piccolaemi alle 17:47
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venerdì, 16 gennaio 2009


*

L’apatume mi assilla e sulla poltrona esordirò dicendo: 'mi odio, mi uccida' e una serie di simili cose che annegheranno in un bicchiere di vino per poi galleggiarci dentro la mattina dopo.

Guardo con occhi fugaci.

Trovo un nero lucido pipistrello, la notte non dormo, i soli splendidi non mi riguardano, lei mi viene a trovare con la voce dolce che ho sentito troppo poco, mi fa compagnia nell’attesa del rem che si bagna di me. Mostri.

Mi ascolto, disco del buio, obnubilato, caotico, incompiuto, vitale com'è vitale l’ossessione; de-forme.

Mi aspetto.

No.

Mi mento.

Memento.

 

*

"Sono contro me stesso

ma quale intelligenza

quale premura o urgenza c'è

a non avere stima di sé.

Faccio di tutto per impedire il mio successo stesso

perché sono contro me stesso

perché ogni vincitore per natura deve dominare e per forza

comandare e non può nessuno subire

e io mai ti potrei ferire

a meno che tu non mi voglia amare".

*

M.: La pioggia parla…
J.: E che cosa dice la pioggia?
M.: Non piangere amore mio…


*

Dormi dolce,

sapore di me.



rimuginato da piccolaemi alle 14:08
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venerdì, 19 settembre 2008



 
[ ]
 
L’inquadratura è quella dall’alto.
Quella di quando vedi un po’ tutto, le teste con e senza capelli, bianche, le macchine grigie che corrono dall’angolo di un paesino che odio ad un ospedale semi-sacro su cui alla fine di tutto ho sputato.
Quella di quando per l’appunto VEDI ma la tua anima o psiche o comunque si chiami è Altrove e davvero non puoi farci niente, perché si rifiuta, ma proprio con tutte le sue forze.
Mi piaceva quella pancia su cui dormivo da bambina.
E penso che mi manca non sentirla, non chiamarla più col suo nome, quell’inflazionato ‘mà’ che ha perso la sua banalità. Mi dico che era bello quello che stava accadendo dopo una vita di lontananze; e ogni giorno rivado alla mattina dei 90 euro tra trucchi e belletti, la faccia complice e nuova con cui ci avvicinavamo alla cassa.
 
“Siamo tutti prima o poi figli perduti”
 
Ah. Ogni tanto penso anche a lui, mi chiedo se ricorda. Voglio che soffra, che non dimentichi, e soprattutto voglio prenderlo a calci e a spintoni sul suo camice bianco candido-sporco, e salire sopra una cassa toracica magra ma forte di soldi&vaticano coi miei soli, pesantissimi, piedi. Anzi no: voglio solo che si senta una merda per tanto e tanto tempo.
In ogni caso.
Ieri, senza tutti i perché del caso, ce l’ho fatta e poi abbracci e parole importanti, poco prima di quelle che feriscono, e che comunque ci sono e punto.

[GOOD?VIBRATIONS]
 
Anche la crepe la mangiamo sugli scalini freddi&accoglienti della scalunata, usando la mia borsa come tavolo dada e le gambe come piedi del tavolo dada.
 
- sedetevi, potete sedervi 
  (voce impastata di Africa da ovvio immigrato)
- no, preferiamo le scale!
- no qui, qui, sedetevi qui.
- no. E’ che ci piacciono proprio le scale...

La mostra inequivocabilmente kitsch, le fusioni sincretiche la mattina o la notte, indipendenti dagli orari, almeno loro. Altri e nuovi vicoli, camminando a piedi, che è quasi come arrivarci per caso in quei luoghi notissimi e decadenti che ci piacciono tanto.
Parole da cui catatonica cerco una fuga disperata, e il pensiero di un lungo viaggio, un altro, forse insieme, verso il rosso fortemente rosso della Spagna, e proprio per questo così lontano... da qui.

E noto che per tutto il tempo
a volte
ci teniamo la mano.


***
"Io, un tempo era semplice
ma ho sprecato tutta l'energia
per il ritorno.
(...)
Sotto le coperte
che ci sono le bombe
è come un brutto sogno
che diventa realtà."



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mercoledì, 27 agosto 2008


[via Mendola 84]

(le prime volte non si scordano, e neanche le ultime.)

 

Salutare. Difficile.

Gli addii non mi piacciono, nei tempi remoti nelle lunghe nevrosi adolescenziali su c6 erano ‘le cose che più odi’: clic.

Che poi è una stanza.

 

E così, ‘ciao’ alle 9:39, dopo una notte complessa e declinata, solo ‘ciao’ con la mano alle 4 mura accatastate poeticamente, da sempre barbate a festa con tutti i tuoi poster, sconosciuti e familiari dalla fine all’inizio: la prima, famosa, notte della cartina e della stufetta, ottima scusa per attirare bambine innocenti, ottima scusa davvero.

 

Il nido disfatto e quindi perfetto perché abitato; da noi.

(I tempi dei NoirDésir: li citavi ieri. NoteNoteNote.)

Tutto quello che ha visto... se lo ricorderà?

Le cose hanno un’anima, ed è la nostra. Mangiando pallidi tortellini, un cane accanto che spera glieli ceda, vedo che ci ho lasciato la mia, quella sorridente e nuova; credo, però, che tornerò a prenderla.

 

() 

 




















“mi sono rimaste

sulle labbra

le tue labbra”



rimuginato da piccolaemi alle 15:46
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