1#
Dopo la sua morte, l’anno scorso, afferrando come un automa le sue cose per salvarle dalla frenesia della pulizia etnica, trovò una lettera di sua madre “(…) la grande sembra non essere sua. Secondo me, la odia. (…) Io personalmente sono inibita dalla sua presenza, dallo sguardo giudice e dalle critiche di mio marito, spesso accompagnate da parole sprezzanti.”
Finiva così. La piegò senza molta cura, per come era stata conservata, e la infilò nella solita borsa di pezza nera per non ferire suo padre.
Eppure quell’uomo da cui da piccina rifiutava di essere nata partoriva senza fine parole affilate, alienanti, sfregianti l’identità già fragile ed a causa sua.
Lei da bambina era bionda; pensava di essere stata adottata perché troppo diversa da loro, e spesso, dice, sarebbe davvero stato meglio.
“Ti prego chiamami tesoro adesso
mentre piove e l’aria è fredda
e ogni goccia d’acqua che mi sta bagnando
mi parla un po’ di te;
sono giorni che cammino senza meta
portandoti per mano
se anche torneremo uguali a prima non importa
se dovrò mandarmi in cenere
per ritornare a vivere
(…)
io te e la strada
se non si divide il buio
si tradirà sempre la luce.”
2#
Parlavamo di serial killers -questioni di tesi- e mi chiedevi perplesso se a forza di studiarli pensavo di poterlo diventare.
(“quelli di Bilancia sono “omicidi transferali”, ovvero legati alla vendetta per essere stato umiliato da bambino, in cui l'angoscia e l'intolleranza della ferita narcisistica originaria e l'istanza di risarcimento e rivendicazione viene trasferita dal mondo antico infantile all'hic et nunc.”)
....Trovare il modo di salvarsi da tutto questo.
3#
I fiumi, la punto e i blur.
Silenzio, materasso molto rigido, niente aria condizionata. Finestre aperte, zanzariere. Igiene, ordine, detersivi per le pulizie inodori. Accanto, per terra, un materasso blu da campeggio, due piazze, occupata solo mezza. Una mano scende dal lettino verso quella più in basso. 5:40 a.m.: adesso dormire.
Calarsi in te, come in un pozzo un po’ scuro che a poco a poco mi accoglie.
Sorgenti calde a Montevago.
I momenti riemergono come i pezzetti di fango pescati facilmente dal Belice.
Il falò alle 3, i ranci buonissimi, gente che oggi si compenetra perfettamente senza chiedere babysitter da passeggio, “la rivoluzione della tenerezza”, labbra.
Comprerò un kazoo da suonare strepitante in ogni momento, un arnesino viniciano di gioia, dispensatore di bordello e di quel po’ di me che continua a piacermi.
L’isola ammassata nel mezzo del Tevere è lo spettacolo della mia estate, con i due sopra a dire che ”vorremmo restare”.
L’isola mentale di oggi e di 7 giorni fa è il rifugio di me stessa, di noi che guardo fluire come due corsi d’acqua dolce che sanno sfiorarsi, sopravvivendo entrambi. “Music Is My Radar”.
Sentivo sparse le risate distese, ed ero leggera, sotto i 40°.
(“Prima eravamo dei vicoli, ora siamo dei fiumi.”)
(Bisognerebbe lasciarsi-andare così, ma è difficile, non te lo con-sentono.)
4#

[Inizi, Fini, Inizi di fini. Inizi di inizi. L'importante è partire.]
(Il vuoto strutturale è un bestiario medievale, si lotta agb per riempirlo, ma non è un buon motivo per arrendersi o per compiacersi di lui.)
Invasione di ricordi a emivita lunga, pillole a lento rilascio che ti scorrono endovena, intramuscolo, ovunque, medicine un po’ moleste contro la giornata in corso e la sua più o meno normalità.
Ché poi gli attimi più belli sono sempre gli ultimi, quelli di quando senti dentro lo stomaco e non solo nella testa che sta per finire, che si sta per tornare. Esattamente, di quando in via dei Condotti mi sono girata per guardare ancora la scalinata bianca. O degli angoli di strada che preparavano alle divine apparizioni pagane. O di quando la brina di Trevi si appiccicava in faccia: “ricordatela ora”.
Il fiume era mentale e a un certo punto anche realissimo nella musica di quei
E non c’era nulla di non fluido nello (s)correre della notte, il naturale invade nel sonno i 2 clochards che attendono l’n.8, si coprono l’uno col corpo dell’altro, intriso di alcool e di soddisfazione strappata in giro.
E’ stato un bordello, anche meraviglioso.
Volevo, e l’ho preso alla fine, come nelle migliori, odiose, favole in cui cenerentola è la bella sfigata di turno che pena per poi diventare ricca come la matrigna, ma in teoria più buona di lei.
Ricordi indescrivibili che stanno in un groppone, in gola, di fontane lontane che ci siamo portati in minima parte e che è come ci attendessero, senza vita.
Contrappunti operistici e ritornelli in meraviglioso equilibrio rock.
Calligrammi su Trastevere, di me dentro l’acqua, di occhi che si autoaccudiscono prendendosi tutto.
Estremamente, visceralmente affamati di noi.
Affamata di tutto, cibi, posti, ponti e sbronze, ma mi rendo conto solo alla fine, o al ritorno, per mancanza di respiri interiori ed esteriori, senza attimi per sederci, certi giorni, neanche sul cesso.
“Ara pacis di sto cazzo”
“Tutto il resto è fuffa”
(figli di 2 intrugli indefiniti - campo dei fiori)
“Il socché di cozze”
“Raffaello Stanzio”
“Rolling!!”
“Quest’è n’osteria (zaffa)”
“We are against war and tourist menu”
“Io non sono un turista!”
(trastevere - ho detto tutto.)
“Il pacco magari è tutto palla con in mezzo un arosticino da 50 centesimi”
(romanticism - piazza di Spagna)
Oggi, in sintesi, voglia di piangere immensa come sono immensi certi monumenti, certe colonne che fottono il tempo.