“Ha vissuto in una povertà fetente,
e alla fine… morendo… vi ha lasciato la sua eredità.”
Nella panda rossa parole biondo-affettuoso diluiscono un pomeriggio da isolamento affettivo e ricordano il suo viso tondo e i ricci... assurdissimi, mi sono sempre chiesta come li sopportasse. Non riesco a ringraziarti però, Mamma.
(...)
Per il disgusto non sono andata a lavoro.
Braccia attorcigliate, silenziosa di quel silenzio che indosso quando sono contrariata e aggiungerei incazzata, osservo fissa la minicaffettiera sul fuoco, nuovo acquisto schizofrenico del grand-père, “perché questa lo fa più buono il caffè”. Sah: un minicaffè e in casa la corsa costante al suo accaparramento.
Sostanzialmente, il mio silenzio sa di grugnito.
E’ che immagino.
Sta volta l’idea ha a che fare con sofisticati interventi di parentectomia, perché di serpenti da porcile paraumano ce n’è troppi in giro, disturbano, e non saprei con quale fanghiglia soffocarli: le ho già provate, quelle reperibili.
(Le sinapsi -piedi in culo- corrono veloci alle consolazioni zuccherinate.)
C’è ancora voglia di lì, nonostante Barça sia stata ingurgitata violentemente stile pollo succulento quando hai la voragine nello stomaco; e non un pranzo prenotato all'angolo gastronomico di fiducia, bensì scelto velocemente, passionalmente, lì stesso, lontano da casa, su scaffali scogniti e banchi impaccottigliati scavati dagli occhi affamati delle 16:03. ...Il tutto per questo estremamente più SUBLIME.
(...)
La notte mi infilavo da destra dentro i plaid sovrapposti del lettone a due piazze; a quel punto, come se si fosse d’accordo e invece spontaneamente, la pelle del viso, della fronte, cominciava a intrecciarsi -i giunchi molli acquisiscono forme naturali dopo non troppe sperimentazioni-; altrettanto quindi le gambe, rannicchiate in posa fetale sotto le coperte tra stanchezze e geli, a formare di due una sorta di uno, plastici. E ci hai anche lasciato le mutande nuove.
(...)
PiscEmi-SamosEmi rimugina, sorride se squilla subito il cellulare, lo afferrano mani sudaticce post-atterraggio e di ritorno le trova sorridenti, pronte al benvenuto della quotidianità, che oggi è impastare il pane arabo come si impastano i pensieri, le voci, non sempre perfettamente, ma assaporando lenti il gusto perché così ha molte più sfumature. ...Sono sempre nipote di un cuoco.
***
ASPETTO.
Questo nodo si scioglierà,
come al sole certe vipere artefatte di veleno belante,
perché in fondo bluffano, alcuni STUPIDI AGNELLI.
Sto imparando l’arte dell’attesa, della lentezza sul fuoco.
Sono fiera, e dolci alle parole sparse, ogni tanto, magari poche, ma Girandole.
-El Born-
El Born ci ricorda i candelai versione evoluta ed è casa nostra fin dall’inizio; ci muoviamo sciolti per le viuzze ricche del povero e delle empanadas di atùn ben ficcate nello scatolo-a-braccio della signora rossiccia in notturna, a destra il carrer de Moncada e Picasso, a sinistra le guglie gotiche, ovunque gli odori di tapas. Il fascino decadente delle strade in un bicchiere di vino rosso alla ricerca dello scorcio migliore: clic.
-Ababa!-
I ladri di spillette fotografano lenti gli angoli impiastrellati di ParcGuell dopo il furto magistrale, passeggiano tra gli scaffali del carrefour mangiando biscotti rubati, fuggono non troppo celeri lungo il Barri Gotic con in tasca il bottino. Apprenderanno e ripeteranno, incauti come gli amanti focosi, eccitati come i bambini al luna park, facce infantili post marachella adrenalinica, mani piccole e veloci. E probabilmente qualcuno ci crede ancora i proprietari di casa Vicenç, invece era la classica violazione di proprietà privata.
Siamo bambini complici, rubiamo il cioccolato alla mamma, scappiamo, nascosti sotto il tavolo a chiederci ridendo a cosa serva il cucchiaio di legno dentro il grembiule, ché tanto non ci scopre mai.
-SamosaAddicted a Barcelonacity-
Il mio ringraziamento personale alle samosa, loro cercate ovunque, affamati, inneggiando invasati agli amati pezzi strapieni di tutto. Loro che hanno attuppato le fami alcoliche a piazza Orwell tra i deliri xatò dei trapiantati italiani più borrachos che italiani. Loro che hanno frenato straripanti crisi isteriche a Gracia e funto da dolce alla patata a El Raval. Loro che 1 e 50 centesimi o uno E’ 50 centesimi. LORO
. (amordisamosa).
-SanclusSanclusSanclus(?)-
Dalle cime incompiute della Sagrada Familia la scritta ci riecheggia qualcosa, ma non ne siamo certi. A un certo punto lui si lancia: Sanclus. E inoltre aggiunge: “san clus lo conosco, babbo natale non si dice santa clus? Ma non è maschio?”. ...Sarà che abbiamo la peste.
- () -
Il vecchio turco canuto mostrava il reale augello negro nel cuore stretto del Raval tra una prostituta e l’altra, urlando e pisciando egualmente rauco.
La sera dopo, lui mi guida sicuro nello stesso vicolo, mani sudate intrecciate verso l’assenzio paglierinato del bar Marsella, il luogo degli specchi romanticamente opacizzati tra i tetti scrostati che penzolano tenaci sulla nostra copa. Mentre a un tizio prende fuoco la mano, io progetto il furto della forchetta su cui abbiamo goffamente sciolto lo zucchero&aigua in dolci zollette retrò.
Sarà che siamo viaggiatori istintivi, ingenui: smodate voglie di contatto, il tutto ci conquista, conquistiamo tutto, l’adagio di Albinoni sulla fontana rosso-viola commuove, Gaudì luccica ed esalta, Mirò metafisicosurrealista spinge a conversazione arzigogolate su maggio e sulle mujer y ocell seduti sulle pietre di Montjuic, testimoni le fedeli baguettes+banane preparate sul letto al n°304.
Sarà che siamo viaggiatori curiosi, dormiamo stretti, poi danziamo tutta la notte, sentiamo i sorrisi correndo da un punkbar all’altro, e tachicardici balli (pop)porno al centro di personalissime piste assolate di luci; i chupitos ornano discorsi dall’inglese al sudamericano, cenni di italiano e francese disperato, ancora così tra le in-sinuose traverse della Rambla.
Nomadi fieri di cartine strappate e parchi verdi su cui distendersi, sconcertati dal tuttotroppo della Boqueria, gli stessi di Barceloneta-Urquinaona, dei panini ogni giorno più grandi o dei crolli nevrotici da ricerca di paella, siamo quelli da cuffietta nelle orecchie sulla strada del ritorno che ballano/piangono tra i noti pusher di estrella zona Colòm; e delle 800 foto e del biliardino-postvinrouge all’OvellaNegra, della vagina agitata, dei supermercati-siempre, della merendina locale preferita, del moai&salatinispanish in pietra al Manchester, del fiore e del topo adagiati, teneramente vicini al centro di placa Catalunya, in due, ubriachi, l’uno sull’altro, io accanto alle puttane che dormo un po’ così.
In effetti alla fine siamo sempre stati Noi.
(bello. e il bello si sente.)

P.S.:

Partire e tornare
tornare e ripartire
partire, non tornare.
E’ sempre un po’ così: fuggo con la valigia stracolma di me che torna più piena e più vuota di me.
Nel processo di spezzettamento/riassestamento i piccoli emi-pezzi collosi si attraggono e si respingono, giocano tremuli incerti tra loro, le altre calamite fanno il resto.
Mi chiedo spesso com’è senza di me, in un fisiologico delirio egomaniaco; l’assenza, seppur momentanea, affascina, mette alla sbarra timidamente, sinuosamente.
So -quel tantino alessitimica pre-volo- della mancanza e della voglia di restare via, ma i due punti sono adiacenti nello stesso gironzolante cerchio che poi sarei Io: li conosco, li osservo, li avvicino, li addolcisco.
A casa attendono ansiose serate splendide e nuove microtragedie, fremono loro... per noi. Eppure si va.
Avrei la cazzo di valigia da chiudere.
“soffro adesso.. è duro dirti certe cose
a te che a volte mi hai ferito.
non riesco a dimenticare una frase
che hai sputato guardandomi in faccia fisso:
‘cazzo, hai 25 anni.’
ed io mi sentivo tua figlia. e poi una donna perduta.”
Il fascio di nervi&lacrime annodati parla convulso dal profondo di me stessa, registi freddi e impenetrabili annotano tutto per farne un film di quelli in apparenza scarni ma assolutamente analitici: sono noiosi, per alcuni.
Io protesto, imploro iniezioni di passioni e significati e musiche hippy su cui saltare coscia/inconscia protagonista emotiva, lei che è tutto e il contrario di tutto, è me. Intanto loro, imperterriti padri superegoici, mi asciugano la musica, pellicole tagliate a caso -cut up: assassini!-, il cuore sparpagliato perde la bellezza delle contorsioni, loro che danno un senso al tutto.
...Il pubblico è spietato, non avrebbe successo, dicono.
Eppure così
NON
sono Io.
HELPLESSNESS/HOPELESSNESS
Sono un disco tetro e contorto, il labirinto delle mie sofferenze (in)teriori
Sono un disco giallo e contorto, la girandola delle miei gioie (es)teriori
Autoconsunzioni mattutine vs ore di bui girotondi ovunque si voglia, ovunque, portami via amore-a-caso, voglio affascinare e invece mi specchio melensa nei miei contrappunti, portami via.
“Costa molto essere autentiche, signora mia, e in questa cosa non si deve essere tirchie, perché una é più autentica quanto più assomiglia all'idea che si è fatta di se stessa.” (tutto su mia madre)
Eppure così
MI STANCA,
ma ancora non smetto?
di Provare.


“Give sorrow words:
the grief that doesn't speak
whispers the o'erfraught heart
and bids it to break”
(Shakespeare,
Macbeth)
***
Pensieri a sonagli e bocche congelate, grassi minuti di stress, mi giro e va via, quasi schiacciando pozzanghera il resto di me, compreso l’organo.
(...mettere in parole un dolore...?)
Vorrei valvole di sicurezza, voglio un centro caldo che mi accolga costante nel mio ritardo, ma sai, resto calma anche se dentro si sdruciono i punti, e allora serafica in attesa. Rifletto.
Mi perdo in notti arabe di noi, biancamanju ascolta e non sembra particolarmente annoiata da me, scarto dolcetti-cadeaux con dolci frammenti di storia di me, un'altra notte rido viscerale in luoghi mai troppo nemici, a fianco la donna che a giorni fa l’uomo.
So. Bisognerebbe ogni tanto digerire, sciogliere il nodo che non scende, non vuota i succhi gastrici operosi e no, non ti fa bella: non devi calzare vestiti non tuoi, bambina! Lasci fluire il sangue nel sangue?
Il 5 di settembre sotto il sole c’è un gruppetto bagnato, tutti lì dietro, io mano nella mano a lui. Ho odiato serpe viscida quel posto, il buio, anche i fiori; avrei urlato, spaccato. Ti avrei impedito di chiuderti lì dentro, di lasciarmi… buio freddo lì dentro… ritaglio un cuore rosso-amore, il terzo, perché non credo che basti. Mi manchi.
Il natale pesa vicino nelle vetrine della rinascente, esposto, ma non fuggirà, sa ciò che deve o non deve, sa guardarsi, saprà piangere. E se speranzose bambine antiche progettano rannicchiate fiocchi e abeti dignitosi e cene e vini e notti migliori, io so che in qualche miglior modo CI SARO’.
***
Dove stai nascosta
In bocche frigide
E geli,
Appetizioni
E braccia calde di orgasmi.
(?)
Dove ti nascondi
Orgiastica cagna di inverni in agosto
Pellicce in partenza, canti,
Danzo afona
Per te
E
I cristalli scoppiano
-salti termici-
...
Freddi eccessi.
]TravestiMenti[
Rubiamo ragni di plastica per farne collane -improvvisate ladre combattono una delle varie ingiustizie sparse, a loro dire-, poi verso casa e in puntualissimo ritardo tutti giungono. La new-factory riapre a casa mia: il bianco si mischia al nero di streghe o spose, strisce di ombretti sparsi, le dita si impastano sulle pelli scure, sulle pelli chiare, a ribaltarne il senso. Biancaneve cuce e indossa il nastro rosso che da sempre le dona, franz improvvisato è bellissimo e l’altro classicamente hippy dipinge, si imbratta il visto, la bocca rossa. Smalti neri su di me, viso viola e occhiaie ad arte, la matita scorre dichiaratamente dark. Punte e guanti, collane, sono pronta.
Gli specchi di casa ci riflettono S P L E N D I D I .
Andiamo, il passo è cadenzato, respiro a fondo nella fretta, mi guardo attorno, ci guardo: mi sento bene. E l’assenza di un qualcosa che possa impressionare l’attimo incoraggia i soliti *Clic* mentali.
A quel punto, il luogo è assolutamente opinabile, sono felice così e non corro in via ugo la malfa, ché alla fine di una lunga strada si arriva sempre.
10059. Posteggi/via/ciao-ciao/dentro: il pertugio ex-garage non si sa deposito di che ci accoglie polveroso ma bardato, l’angolo-alcool è il dispenser per dolcezze liquide e ovviamente esagereremo mielosi tra sguardi approvanti e baci che la biancamanju non ha neanche bisogno di rubarmi. Il cesso è indispensabile e il cartone che fa da porta lo amo così decadentemente appoggiato o tenuto da chiunque passi, e non importa se mi guardano dai buchi, se ci infiliamo in bagno con perfette sconosciute o se le labbra appassionate delle spose mai vergini sono solo casuali. C’è lettere lì e Noi, il rum, il rock, paradisi artificiosi-sorridenti che resteranno in testa per ore insieme alla scontatissima nausea.
StreghEmi balla, ride, ripassa rossetti violacei sulle labbra umide, ruba fazzoletti per il privé alle sue spalle sui muri-vomitatoi scelti dai
Da parte mia, tolgo il cappello e mi dedico alle lenzuola azzurre; sono ancora truccata, domani nausee, ma buonanotte e anestetici, per stanotte.
e magari sono maschere.)