
Stasera saltiamo: 5 bambini, gli arti scoordinati e libertà, siv si sdraia, io tocco le punte, la tensione del momento in aria che distende il tuo minicorpo, doz nella sacra sperimentazione si affloscia ferita e si rialza, il brother tenta evoluzioni con le gambe magre e folli, accanto altro omìno-altro salto: rimbalza qui e lì lungo il rettangolo giallopipì con tutte (tutte) le parti del suo metroessessanta.
Corpi pesanti in contrasto coi volti, l'espressione passa per accenni lievissimi, impercettibili increspature, poi linee che si muovono in alto, leggere e graffianti l’inquadratura. Attrito sul pulviscolo elettrostatico che ci circonda.
Spettacolo.
E non abbiamo nulla da invidiare a quel paffuto che salta estraneo insieme a noi, anche i 5 avranno 6 anni o più, i sorrisi dei 6 anni, l’incoscienza dei 6 anni nelle risate sonore.
La fine arriva al momento giusto, i morti e feriti si radunano in spiaggia sotto la vodka rossa e ancora ghiacciata. E’ splendida Mondello stanotte, è splendido lasciare a casa certi pensieri con loro.
...Bisogni.
Perché prima sentivo il tuo fiato su di me, ci riuscivo e mi piaceva; mi piaceva continuare la mia vita, che tu continuassi la tua, ma coi respiri intrecciati, coi pensieri intrecciati, le finestre aperte.
Oggi... ho visto pecore magre e brutte, avrei voluto dirtelo. Okkei, puoi ridere: volevo scriverti una cazzata così cazzata, a te, perché proprio con te è accaduto che la bambina sperduta riscoprisse condivisioni. E poi con l’ansia dentro: “no, non puoi”. Silenzio.
Non sono ancora sveglia, ricordo poco, e adesso voglio svegliarmi con la sua mano piccola sul viso. (la prospettiva dell'intero non prevede sincronia.)
Perché la mattina era bello trovarti sul cuscino in forma di parole. Ma va bene, voglio le brioscine al cioccolato, sentire la pressione della tua pelle sulla mia mentre dormo o faccio finta di dormire per.
Sto cadendo,
e voglio continuare a Saltare.
(amo i sogni di certi bambini.)
Una notte all’expa, caldo africano, proposte sexpunkrock, e poi stavo male; sarà stata la torta al caffè o il rum, è che non ti ho potuto salutare. Nausee.
Stamane pensavo alle prime volte, e sarà stata proprio la nausea.
La prospettiva longitudinale non rende giustizia alla casa di doz, al non casuale vestito rosso a gennaio per la pizza a mensa, al maglione blu decisamente bucato e interessante, alla lasagna verde e alle discussioni sulle varie rigidità che pensavo mi avessero resa assurdamente stupida. La nascita di un qualcosa, amiche-nemiche-amiche, risate, parole e non so che altro.
- carino questo zainetto
- prendimi quando vuoi.
(sognano un cellophane, sucre artigianale e incantevole.)
Momenti. Ciclicamente li elenchiamo sul letto per non dimenticare, sarebbe un peccato.
(lei ha suoi tipici momenti down, ma è fiera.)
In mezzo, un altro laureato, il mio SN felice per lui e triste per me. Ché poi la parte più bella della festa non poteva che essere quella in cui i bambinetti obesi sognatori e il solito spettacolo improvvisato, la donna dai peli alle ascelle, tutti vanno via e se prima timide-un-po’-snob ora al centro a ballare il trash più trash del padrone di casa in kefia orgogliosa.
E’ in questi momenti che tocco come tutto giri, come tutto valga.

Il blog è imperdonabilmente rimasto a giugno, la casa famiglia e le mie droghe succhiano il tempo a disposizione e il giorno non si allunga.
Intanto.
(ho voglia di leggere, scrivere, partire immediatamente con le persone giuste, giuste, verso voci nuove e con quelle rassicuranti accanto.)
Le cose accadono, le vite accadono, me ne accorgo.
6 mesi fa il 2008, la delusione e un lento ritrovarsi come quando ti nasce qualcosa, all’inizio uno stelo, ed è verde, fresco, bella la brina invernale. Lasci stanchi difetti accanto, penose file di candele e fumi sempre più indietro, più; fino ad oggi. Quando a malapena riesco perdonarmi amori malati, una mela, esattamente la bella mela rouge che poi la giri e sotto è nera, marcescibile, la copri impaurita e speri... giorni, rinsecchisce, muore-muori-con-lei, le blatte addosso, il rosso svampito, l’alone sul tavolo resta, cazzo resta.
Con certe persone semplicemente smetti di sentirti; era vuoto. E pensi che eri un angelo e poi una troia, un amore e poi un limite, pensi al dolore, al male più grande, al tempo e ti odi, vergognandoti, tu; una di quelle ladre improvvisate e poi scoperte, il sabato al mercatino di piazzale Giotto.
Ormai il furto è avvenuto, la mela è intaccata, e ogni tanto giù nel pozzo ci scendi ancora a vedere tutto un po’ noir, a scorgere quello che avevi e non hai più perché il pinco pallino qualunque con l’ambizione del narciso divino ha fatto nascere la tua malattia, la tua fragilità. Colpa tua ovviamente, è andata.
()
Adesso ho giorni da leggere, materie nuove da assaporare con la mia voglia dietro, sudare, arrivare; ho città tedesche da fotografare, canzoni tue e poi nostre da cantare in anfiteatri, pomeriggi a lavoro oppure a mare, le tovaglie tese e noi sopra, colori; e serate in una casa finalmente vuota per le nostre risate, insieme in questa voglia antica di nuovi adolescenti: le feste dai selezionatissimi invitati, 2 o 9, con quel gusto di Follia Adorata: a volte manca.
Ma.
Ci sono notti, ore, che non puoi rifiutarti.
Ingoi quel mondo roseato di pusher andati, fratelli a ruota libera, amori assurdi a ballare in 2 al centro di una stanza, il vino sul tavolo o le crepes in forno, atomi impazziti nel bel mezzo di una reazione nucleare. Leggo tutto d’un fiato te e noi in te, stranezze, ‘ma dove le inventano certe cose?’.
E’ perfetto.

"Vedo gli alberi camminare
E la luce del sole che si può mangiare
E le posate che si sposano
E i dischi che si rifiutano di farsi ascoltare
Dalle orecchie sbagliate.”