Sveglia.
Ho pianto.
Tempo fa leggevo un test. Stranamente, non era uno dei soliti fastidiosissimi elenchi che ti ritrovi nella posta, non in quel momento; chiedeva della vita un’ora fa un giorno fa una settimana fa un anno fa. Fino al parto, tipo.
E così scollamenti, pensieri a ritroso.
Si sa, ogni volta che mi guardo tormentata teneramente indietro sono impietosa, ed è difficile salvare, o salvarmi.
Eppure di questi giorni, di questi tempi, conquisto piano, lumacosamente direi, quei nuovi angoli visuali che mi concedono di perdonarmi, di guardare (guardarmi) con uno sguardo non troppo feroce, quasi buonista.
Se quel “tutto” non ci fosse stato non sarei insicura, sull’orlo, cristallo dentro; okkei. E’ che non avrei toccato il velluto denso che è questo slancio per, note solo mie che ho scoperto; e non avrei chi adesso è indelebile in me, perché non ci sono sfumature adeguate, non dentro la mia testa se non in fervori assolutamente, eccessivamente, emotivi, per descrivere notti bianche pomeriggi tavole a parlare di nulla mentre in realtà si sta parlando di tutto, e ti senti raggiante nonostante qualche segno su un braccio qualunque ancora CI SIA.
E’ come... Hai presente i bambini? Non appena nati, non esattamente; di quelli che adagio iniziano a palpare il viso della mamma con manine paffute, ancora incerte. Gattonano sotto sguardi attenti, esplorano stupiti, eccitati, altezze per cui sono invisibili; toccano, leccano, tirano, crollano e si rialzano ostinati con il viso tondo e le guance appena striate ma sempre rosee di quando hai 8-10 mesi e vuoi il mondo, lo assaggeresti tutto, nonostante la paura. Del mondo.
Ci penso spesso.
Scenari, tra lacrime calde che oggi sono Stupende.
Ritrovo una me che esiste solo girando certe chiavi. (tieni.)
Sono lì, curiosa, occhi grandi e vivi si slacciano, perché sono viva, io, e Ti Voglio come voglio quel mondo.

(sai, tolgo bende ogni giorno, mi racimolo a poco a poco,
riconosco voci-odori-pelli morbide e dolci al tatto.
e DESIDERO; tra terrori e trasporti, desidero, non mi pento.)
"I’ve been sleeping a thousand years it seems
got to open my eyes to everything.”
[h 15:32 ca]
-sono felice.
-lo hai già detto...
-sì, perché sono Felice.
[h 19:47 e post]
Formazioni reattive.
Quando vorresti abbracci stretti e invece corri con tutta la forza che hai dentro verso ogni direzione opposta e la paura si sta ingozzando, trangugia organi sparsi e senti che ti stai fottendo da sola.
Maschere a proteggere pezzi incollati, pezzi minuscoli, A P P I C C I C A T I.
Già; perché devono restare al loro posto, ed è perentorio.
E allora censure, guardiani, curvature nevrotiche, sai, non posso farci nulla, devo, non posso, non adesso.
Provo, i nodi li ho messi in una busta, piegati, stirati, per non toccarli, per non aver bisogno di toccarli, ma capita: prendono vita da soli, come in un cartone con le bacchette magiche loro prendono vita; e stavolta a muoversi è la parte sbagliata, quella sconfitta con semplici abracadabra, nei cartoni.
Inconsci di vite disconnesse, mi spiace (no)emi.
Chissà, forse mi illudo e alla fine vado sempre, forse domani è un po’ un incubo da scacciare e i silenzi affascinano, i sorrisi contagiano, ma.
[e domani.]
***
“Io non è che volevo essere felice, questo no.
Volevo... salvarmi, ecco: salvarmi.
Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei DESIDERI.
Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l'onestà, essere buoni, essere giusti. No. Sono i desideri che salvano.
Sono l'unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai.
Però troppo tardi l'ho capito.
Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del MALE. E lì che salta tutto, non c'è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce.
Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo.
Mi sono fatta tanto di quel male che tu non te lo puoi nemmeno immaginare.”
(A. Baricco, OceanoMare)
Squarci.
Qualcosa bisogna pur salvare; così ritrovarsi -istantanee di velluto- e dopo anni figli in arrivo matrimoni mazze da hockey dietro le porte quasi per tutti, ma ancora giochi di bambini fragili, le pipì improvvisate nei box, le notti a dormire negli stessi letti, le partite di calcio in cui essere l’unica ragazza, fiera.
...“Dispositivi Umani”.
Perché il P A S S A T O a tratti è un bianconiglio morbidissimo che esce dal cappello noir(désir) quando ormai credevi di non saperlo proprio fare, il trucchetto.
Piccola fiammiferaia, mi aggiro: fuga delle idee, agli angoli le solite macchie, gocce di limone, qualche ansia in meno, labbra rossissime, inferni e conquiste di bimbe nude; scivola tutto sul mio vestito di raso cortissimo mentre mangio tartine una dietro l’altra e sorrido e ripenso alle parole fluide all’ed. 15 post giorni di studio angoscioso e strane mancanze.
(“faudrait voir, faut qu'on y goûte.”)
E’ dolce la mattina a letto nastrine&t(h)é dopo 3 ore di sonno cominciato quando dalle persiane il sole, lune deformi e cinguettii.
Sono tornata,
stanotte rimango.
La schizofrenia coglie se ridiamo per ore dalle labbra incollate su camini rustici in mattoni rouges. OVERDOSE da ARCHE’, in notti.
Ripasso ubriachella post-ore-saffiche al messicano, penso a raggomitolarmi su
-la sangria fa tutto da sé- dita veloci su tastiere, nachos in rivolta nella stomaco, testa decisamente non qui.
Oscillo.
Climax di braccia in nodi, Cenerentola va al ballo.
E questa psicologia c(l)inica che impone rigore mentre la mente sta in trip-da-cocco-osé e gli omìni non smettono di parlare spogliarmi saltare su sedie.
“Ma se ti scarto come l’ovetto kinder poi trovo la sorpresa?”.
My designer drug,
oscillo. (vacillo.)
Controluce violenta, non agi, non so. Il guardiano esamina e censura i singoli impulsi, non li ammette nel salotto se non gli vanno a genio, lui; e non fa differenza se li respinge non appena compaiono o se li caccia via mentre seduti conversano amabilmente. E’ solo
U N A
Q U E S T I O N E
di T E M P O.
Vorrei estirparti l’ansia.
*perché certe cose stanno dentro come sogni non pensati
(sai, quando non te lo puoi permettere).
e invece poi.*

L’incipit della soirée proPINA subito esaltazioni alla guida del tipo la cartella clinica di Nietzsche, il mistico e il folle all’unisono con “O”.
Arrivare e trovare lei, la prima sull’orlo di un sogno, sappiamo con pochi sguardi e troppi abbracci quanto siamo felici per ora, per tutto, per noi.
(Voglio. Questo. Diabete.)
Il filone di flash è ampio e poliedrico; il cibo di contorno, sulle labbra si alternano stregulla (e non sai cosa ti perdi), rum perché dovevo essere una brava bambina, ma RESPECT (PLEASE), poi droghe in pastiglie e parole saffiche, bocche non più scognite, sai.
Percorsi chiasmici, quei 2, noi
“Ti rendi conto?”
(e lecco i polsi, senza sangue.)
La vita mi ero scordata che sapore avesse, se ti fottono la macchina ma riesci a ridere così, lieve, e saranno le persone, sarà la morte a piccole dosi che scema -vulva del cazzo anche lei-, saranno i pavimenti caldi sotto di noi, tutto quel parlare piano o invece così forte, feste leggere e quintetti perversi, accenni lievissimi/bambini affastellati, impercettibili increspature, linee si muovono appena; niente è vero. O anche non parlarsi per ore e poi tutti quei piani inclinati su. cui. s.c.i.v.o.l.a.r.e.
Che poi, fare finta di andar via in silenzio
non può che essere
Utopico.