giovedì, 31 gennaio 2008



Svegliarsi nella NORMALITA', reimmergersi, o Emergere; come da un forno crematoio in cui giravo unta da anni, bella addormentata.

Adoro questi risvegli, o buonanotti.

La casa-famiglia che sa di nave -mi chiedo dove porterà-, realtà che sfuma se torno a danzare vibrando, di nuovo giochipassatifelici, la tesi, la mia tesi, tremavo scrivendo nel sentirne la forma, la sua, di ciò che amo fin da bambina, io seduta ad un lungo tavolo a declamare: “voglio fare la psicologa”, e intanto pensavo ai troppi noi, nell’immancabile astio dei presenti.

 

Notti lunghissime.
Oggi festa al RocketBar, lì dov’è iniziato tutto (quanti mesi fa...), mi sono rialzata da dentro un bicchiere, impensabile, e fremo per ondeggiare e ridere forte come in queste notti, con occhi sorpresi, lì stasera io e lei, noi, strette, e tutti quei visi, poipoipoi.
(TAC.)
Il bambino nell'adulto, riappropriarsi piano di sé, spirito infantilissimo che tocco ma da cui non posso staccarmi nemmeno per un attimo, grata di questo vento ai più, alla mia presunta strega dai capelli rosso-riccio, alle mie madri e sorelle e figlie, e anche a tutti quelli che. E poi a me.
 
E non credete, so, resto unta, il cuore amputato, okkei, se quei dettagli mi riportano lì, sempre lì, o a te.
Ma accade, e basta. 

“Uno si costruisce grandi storie, questo è il fatto, e può andare avanti anni a crederci, non importa quanto pazze sono, e inverosimili, se le porta addosso, e basta. Si è anche felici, di cose del genere. Felici. E potrebbe non finire mai.
Poi, un giorno, succede che si rompe qualcosa, nel cuore del gran marchingegno fantastico, tac, senza nessuna ragione, si rompe d'improvviso e tu rimani lì, senza capire come mai tutta quella favolosa storia non ce l'hai più addosso, ma davanti, come fosse la follia di un altro, e quell'altro sei tu. TAC.
Alle volte basta un niente
.
Anche solo una domanda che affiora.
Basta quello.”
(A. Baricco, OceanoMare)


rimuginato da piccolaemi alle 19:47
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mercoledì, 30 gennaio 2008



Parla in fretta e non pensar
se quel che dici può far MALE
perché mai
io dovrei
fingere
di essere Fragile
come tu mi
(VUOI)

nasconderti in silenzi
mille volte già concessi
tanto poi
tu lo sai
riuscirei
sempre a convincermi
che t.u.t.t.o. s.c.o.r.r.e.


usami
straziami
strappami l’anima
fai di me
quel che vuoi
tanto non cambia
l’idea che ormai
ho di te
verde coniglio
dalle mille
facce buffe.


e dimmi ancora
quanto pesa
LA TUA MASCHERA
DI CERA
tanto poi
tu lo sai
si scioglierà
come fosse NEVE AL SOL
mentre t.u.t.t.o. s.c.o.r.r.e.


[...] 

sparami addosso
BERSAGLIO MANCATO
provaci ancora
è un campo minato
quello che resta
del nostro PASSATO
non rinnegarlo
è tempo sprecato
macchie indelebili
coprirle è reato
scagli la pietra chi è senza peccato
scagli la pietra chi è senza peccato
scagliala tu perché ho tutto sbagliato


[...]  

***

 

I telefoni tornano a trillare, le labbra a sorridere, terrorizzate, caramelle terrorizzate.

Non pensare che non tutto è uguale, che si potrebbe. Che non per legge è sale, parole da vanificare (timer: quanto durerà?) che straziano il mio filo.

sparami addosso

negramaro mi dicono di un passato intorbidito, quasi si fossero messi d’accordo col presente per chiuderlo in una scatola color cartone da perdere in un minuscolo ripostiglio di vecchia polvere.

BERSAGLIO MANCATO

La coscienza (in)conscia in forma di femminee vocine iperglicemiche mi ripete che devo sorriderti dentro i vasetti di miele caldi in cui comunichiamo, timidi per le parole.

(t.u.t.t.o. s.c.o.r.r.e.)

La stanza sa di musica. (ascolto musica? dettagli.)

L’adrenalina che mi faceva danzare nonostante tutto o tutti o entrambi, felice della mia diversità, di questo esser-CI; lei a tratti torna parlandomi.
E i libri, un vestito, il mio emozionarmi toccandomi guardandomi, come scoprirmi o nascere ancora e non aspettarselo.



rimuginato da piccolaemi alle 02:04
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sabato, 26 gennaio 2008


Muffin al Pistacchio, oggi.
Gocce dolci -non troppo, troppo illude: non va bene- le nostre labbra rosse di una scoperta infantile e merveilleuse, gocce di noi, io e te, il mondo che mi entra dentro, lì; e poi nessuno cambia mai per davvero.

Io resto, è una serata in un bicchiere al cocco, non sense labbra rocket gonfi palloncini e i bambini. Prendo un palloncino.

PPAH, imploso, non ho le ali.

Ma.
Ghigno fiera di queste lacrime attese, quando ci si fingeva diversi e le maschere reggevano labili (blasfemi brillantini superflui), poi mi asciugo, fazzoletti candidi di vacanze di miele di altro te (rumore come di qualcuno che non vuole fare rumore), altro, dolce lui adesso, piccolo ma forse, forse.
E’ arancione di parole.
E mi basta dopo il fango in una notte stupenda quegli insulti scivolano e girarsi e poi Trovare. 

“Nina chiuse gli occhi. Si appiattì contro la coperta, e si rannicchiò ancora di più, tirando su le ginocchia, verso il petto. Le piaceva stare così. Sentiva la terra, fresca, sotto il fianco, a proteggerla – lei NON poteva tradirla.
E sentiva il proprio corpo raccolto, rigirato su se stesso come una conchiglia – questo le piaceva – era guscio e animale, era guscio e animale, riparo di se stessa, era tutto, era per se stessa tutto, NULLA avrebbe potuto farle del male fino a quando fosse rimasta in quella posizione – riaprì gli occhi, e pensò Non muoverti, sei felice.” (A. Baricco, Senza Sangue)



rimuginato da piccolaemi alle 21:35
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mercoledì, 09 gennaio 2008


[Quante volte puoi, prima che.]

 

A volte gli occhi mi bruciano.

Non sono lacrime o pagliuzze o lentine appannate.

Più probabilmente, illusioni buoniste del cazzo, sogni in rivolta che premono, perché sì, li voglio, con tutta la vita che ho dentro, con l’incoscienza che ho dentro, tutta, morbosamente tutta.

Come poi faccia solo  M A L E  ogni volta che aprendo gli occhi LO vedi svanire ed era frutto del freddo asfissiante, del dolore, della voglia di tutto che smania, io non lo so.

E come si possa richiuderli ancora un po’, gli occhi, e poi riaprirli con foga per controllare e ancora e ancora, continuo a non capirlo, soprattutto su me, da me, piccola fuori piccola dentro, ma.



Quante volte puoi aprire gli occhi prima che.
Non so, Vivo.
Bersaglio facile (di me stessa),
apro bocca per sorridere
piangendo.

 

(e mi specchio stupita in una sera, quando sembra che io inizi a morire un po’ dentro i miei amori, io in rossosangue visi accesi pizze buonissime cuscini orange sotto le teste e un passato che mi sta accanto sorridente a dirmi che. fine, chiuso, sta li, guarda invidioso, ora.)



rimuginato da piccolaemi alle 16:13
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mercoledì, 02 gennaio 2008


Estinti, passati. Finalmente.

Quei giorni, natale, capodanno, notti lunghe e feste?, digiuni, ancora lacrime. Tutto al  C O N T R A R I O.

Melmosa diffrazione di GrugnitiLatratiCicalecciAlVeleno mi prende con forza e io implume, gelida afferra con dita puntute, unghie graffiano cornee bianchissime, ossuti aculei su palpebre in velo strappano, brucia, fermi.

Poi di aghi a penetrarmi gli occhi, al centro del mio verde inoculano veleni penetrano prepotenti fecondano superbi di male mi forzano a germinare amaro seme nutrirlo per loro, e così mi snaturo. (latrati mi (s)travolgono, io costretta, tutto il veleno, brucia ed è tutto, riempie e preme.) 

Perché l’ho sempre tenuto dietro le sottili palpebre, ma ora so di nuovo, SO e chiedo asilo a voi, a terra biascicante di dolore la realtà sfuma singultando, carezze mi rialzano, e tutta quella pena addosso. Oddio; è finita.

 

“non sono emotivo,

sono un uccello implume,

appollaiato su una linea ad alta tensione,

che ritrae la coda tra le zampe per non toccare

il filo di fronte.” (D. Pennac)



rimuginato da piccolaemi alle 15:09
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