[Do Me.]
Quando vuoi un omìno sotto il piumone arancio, per qualche ora un omìno tutto per te con parole burrose e leggerezze mi rapisce mi avvolge di miele e sorrisi-non-candidi e allora io mi sciolgo su un letto ma non prima di aver fatto sciogliere lui su di me.
E poi con la gola secca alla fine di tutto, pelle umida, gote rosse tra emozione e, si parla intrecciati di ungaretti e di te, su un braccio che stringe un po’ troppo, e occhi accarezzano capelli per secondi interminabilmente irrespirabili prima di dormire.

“Ma voglio che tu piano piano
scivoli dentro me,
ma voglio che poi nell’insinuarti
sia incantevole.”
Rimbalzando da un estremo all’altro come una pallina rouge impazzita.
Le mie giornate sono molto stile borderline, tutta la mattina gli omìni danzanti in testa, poche parole e gli omìni vanno in down smettono di danzare si rannicchiano in angoli irrimediabilmente in ombra raccattano idee malsane imbracciano le scuri della mia selezionatissima cantinamentale mi tranciano di netto la musica come una fetta di carne sanguinolenta. Ogni accento è .p.u.n.t.u.a.l.m.e.n.t.e. reciso, il colore ammutolito, niente più ballare, NO.
Queste giornate storpie di contraddizioni mi sfiancano svuotano sbucciano.
Voglio litri di liquidi&incoscienze su di me.
(e non rompetemi, sì, il mio mondo è buioumido, sono un’alcolista.
qualcosa in contrario?)

“Sai, a volte
faccio un numero a caso
e cerco di capire
se la persona dietro quel telefono
piange mai.
Molte delle volte
però,
molte delle volte
io nemmeno ho la voce
per parlare.”
La serata di ieri ha acceso la luce
su alcune questioncine:
1) Le mie lenzuola sbadigliano. Non va bene.
2) I maschietti della mia ipotetica vita sono puttansuore, il loro sport preferito è tirarsela, il piano B è il tiro a segno cum freccette. (il bersaglio sarei io.)
3) Amo cimino, ma figlierò con vasile.
4) Rinascerò lesbica e sposerò silviaqueen in spagna. (dio e la suddetta non possono opporsi, ho deciso.)
5) A casa non mi lasciano il caffè. Al rocket mi offrono moskovskaya e mi chiamano per nome. Da ieri il rocket è casa mia. I am a rocket-girl.
6) Come dire a tua nonna che anche ieri eri ciucca dato che alle 12:32 sei ancora a letto con la voce da uomo. (lei: chi cumminasti? io [indifferente, mentre mi contorco]: ma niente, mi hanno offerto una cosina e mi ha fatto un po’ male... lei: o bedda matri!)
7) Pino mangia come un bue ma è un uccello. Dovrei comunicarglielo.
8) Appena sveglia, prima bocciatura della giornata: le chat mi odora; le chat mi ripudia. Uau. (il solito ottimo inizio.)
9) Ieri sono morta. Oggi sono viva, ma sto per morire.
*22*
Io abito al n° 22.
Non so se conoscete la simbologia del 22; il 23 è culo, fortuna. (sono nata di un 23, ma ho un grande culo solo nel senso fisico del termine.)
Il 22, invece, è il n° dei pazzi.
Ovviamente, gli abitanti di codeste mura sono assolutamente degni dell'etichetta numerica. Soprassiederei su me stessa, il brother, la zia 97enne e le gine defunte. Soprassiederei sul grand-père che cucina ginocchia di bue di notte (preferibilmente tra le 4:01 e le 4:59) e sulla grande-mère che dispensa chili di amore alimentare ma se ne fotte se ti esplode la macchina.
E soprassiederei anche sugli animali: il cane che ha paura del gatto, il gatto che ha paura del canarino pino, il canarino pino che ha paura di me, ed è l’essere più normale della famille.
Tratterei invece l’argomento *Colf di casa Cascino*. Allora:
- dopo la ghanese muta cum parrucchino che piange 27 minuti per aver rotto un orologio da 5€ e poi se ne fotte 300
- dopo la polacca che nasconde il test di gravidanza dentro il mio armadio, diffonde la notizia che IO partorirò un figlio (fonti anonime riferiscono che adesso ha 2 gemelli), resta orfana e torna "momentaneamente" in Polonia con un "prestitino"...
- a maggio ecco il trionfale ritorno della famigerata colf a cui ho strappato qualche ciuffo di capelli un annetto fa.
Ebbene. Ieri la suddetta colf è improvvisamente fuggita sotto il diluvio panormita intorno alle 2 di notte. Mi sono chiesta il perché di fronte a una camomilla bonomelli che -ovviamente- mi ha fatto male. Alle 3:26 a.m. si è svelato l’arcano mistero: la crisi schizo-paranoide è scattata dopo aver sentito pronunciare il termine "preservativi" a my brother.
*Conclusioni*
Comandamento della ex-colf: «non pronunciate la parola “preservativo” invano». Purtroppo non lo sapevamo.
P.S.: cercasi new colf.
(possibilmente solo con leggera nevrosi.)
[Starting]
Di omìni traditori e di ovili vuoti.
Di ponti in costruzione e nitroglicerine già pronte, sotto.
Di donnine dai boccoli rouges che rivelano favole adolescenziali.
Di cantine chiuse e chiavi pesanti di ruggine.
Il tutto condito con rosei grumi di ansia mattutina alla menta (odio la menta).
[Flashbacks]
1) Il pollo al curry non si presentava da oscar, ma era ottimo; pesante, ma ottimo. La storia della mia vita dentro un pollo al curry giallissimo e troppo cremoso; flashante. Alle 11:37 pranzo coi rimasugli della cena di ieri (anche il suddetto pollo) per ben iniziare la giornata; poi, con falcate proporzionate alle piccole cosce cicciose, raggiungo il campanello del cerps; non trilla.
Ottimo inizio davvero.
2) La macchina è implosa, la grande-mère è in crociera sul mediterraneo per la sedicesima volta, il pater familias passa sfortunatamente a trovarmi.
Dialogo-tipo:
- La macchina fuma come un pollo carbonizzato. E fa rumore di uova bollite.
- Sono spiacente. (pausa) Ti ho dato i soldi per la benzina. Il resto?
Resto. Si gira. Se ne va.
[The end]
“La paura è una cicatrice
che sigilla anche l'anima più dura.
Non si può giocare con il cuore della gente
se non sei un professionista, ma ho la cura.
Io non tremo.
E' solo un po’ di me che se ne va.”
Una mattina mi sveglio e ogni tanto c’è il sole.
...Non finirò mai di chiedergli -a dio- perché a un certo punto ammutolisce il giallo, perché a un certo punto, sempre, pennellate convulsive e artigliate sul mio giallo lo uccidono così, mentre il giorno cola sfatto sulla fronte.
E io in mezzo alla polvere, sto lì (che fare?), il pulviscolo umido in bocca e ancora ho sogni del tipo “un giorno anche io” mentre i giorni passano e tu resti ferma, in una piccola boccia la bambina immobile coperta di polvere, la polvere cola dall’alto, un gioco insomma, quella musica triste e la bambina lacrima, ma è così piccola e nessuno vede.
(voglio milligrammi di incoscienza sulla mia esistenza,
stasera altra sera da vodka&absinthe.)
“Non bisognerebbe vivere tutti i giorni”
(C. Mounier)
COMUNICAZIONE BREVE:
Ascolto musica da 2 buone ore. Atipico.
In un paradosso a tratti intim(istic)o, ballo ballroom blitz & co. sulla sedia noire persa in un logorroico, illogico, mental-trip-non-sense. Ma, per la cronaca, rinuncio temporaneamente a zampettare per la stanza in favore della (poca) decenza rimastami -qualcuno apre sempre la porta mentre mi impegno in tali evoluzioni; da qui un paio di soprannomi impronunciabili- e del mio "corpicino" già martoriato dal weekend alcolico.
(anche le giornate di antinferno volgono al termine, di solito.)
Grazie, O.d.C. inconsapevole.
*Oh Yeah! It was electric
So prefectly hectic
And the band started leaving
Cause they all stopped breathing*
]Vodkapesca&Absinthe[
Ore 6:59 a.m.: ipnosi da traffico congestionato da megadiluvio inatteso.
Mi attorciglio credendomi chissà dove, ma è solo la nicchia incavata a pianoterra del letto giallo&ciliegio. La sete mi prosciuga, sento l'assenzio, quelle palme sono evidentemente finte; fingo di svegliarmi e bacio la zia, cerco una realtà che non ricordo; lei mi abbraccia morbida e si sveglia, non più tenera. Realtà. Merda.
(“nonna, ho bevuto”.)
(“brava”.)
Veli ondeggianti nella mia testa, i 3 omìni dei miei momentanei sogni sanno cucinare e sembra subito un mondo migliore: illegal-mental-rave.
Poi, poi. L’immagine di me è sempre più nitida e cosahofatto cosabeephodetto checazzoc’erainquelloshot -maledetto il mio pusher di rocketshots- e pensieriimpensabili(im)pensatiinquelmomento.
Cinguettavo zuccherosa e disinvolta, io.
Ignorando il fondo del bicchiere (da albicoccazyklonB.).
Oggi non avevo l’ombrello, e pioveva.
Il posteggiatore abusivissimo del solito parcheggio -usiamo sfidarci da lontano, di solito- mi sbuca dietro le spalle rannicchiate con modi buoni e un ombrello rosso; appare, lui, appena in tempo per vedere il mio viso impaurito dalla sua gentilezza.
Non ho ancora capito come riesco a stupirmi di ogni carezza, di ogni parola lieve su di me. E come finisco in quegli angoli, poi, a desiderare in lacrime il posteggiatore come madre, il collega come fratello, l’uomo al telefono come marito.
In realtà sto sul tappeto azzurro in via Brunelleschi, io a 3 anni circa, io & un fruttolo che mangio dolce col cucchiaino grande per manine esigue, io coi pantaloni rosa sempre corti, i capelli biondo-riccio e gli occhi che nella foto non chiedono e non so il perché.
Bordeggiando vetrine con gole graffiate dall’ansia,
solitudini tra troppi.
Cercare, e poi Tu mi restituisci qualcuno. Così, come se ieri fosse stato ieri, e non 2 anni fa; di parole in attesa.
Le mie trame come fili recisi si incollano sotto gli occhi stanchi di bambini un po’ vecchi, sono glauchi, e violano la superbia a volte: non aspettano nulla nel nulla, loro.
E lei “scivolava via senza spigoli, come una biglia di vetro. Su un vassoio inclinato” che è l’intorno ferito di questi anni. A tratti raccoglie i respiri in sorrisi di omìni, in parole rinviate per soffiarle su labbra lisce, in baci dolci su fronti desideranti quei baci, e stavolta proprio i tuoi, che ricambi il sorriso mio lieve, e ora non cerco nei tuoi quegli altri occhi.
“Magica quiete velata indulgenza
dopo l'ingrata tempesta
riprendi fiato e con intenso trasporto
celebri un mite e insolito risveglio...
Mille violini suonati dal vento
l'ultimo abbraccio mia amata bambina
nel tenue ricordo di una pioggia d'argento
il senso spietato di un non ritorno.
Di quei violini suonati dal vento
l'ultimo bacio mia dolce bambina
brucia sul viso come gocce di limone
l'eroico coraggio di un feroce addio...
ma sono lacrime
mentre piove
piove
mentre piove
piove
mentre piove
piove.”
(C. Consoli)