Le valige sono pronte, comme toujours troppo pesanti.
L’insolito bruciante piacere del nuovo, delle fusioni accaldate tra stranieri con 3 matte e bicchiere in mano, delle notti a ballare tra lucisguardicolori, è ancora sbiadito dalla vita, dall’ansia con cui ti saluto non sapendo, dai no sui letti la notteprimadi, dai ricordi lontani (lontani) di Paris.
Ma ancora per poco.
A tra una settimana. Forse.

Ti ritrovi ancora lì.
Pensavi sarebbe stato più rapido e doloroso, e invece puoi vedere, vederti, in mezzo alla gente, con te lì, con lui lì osservatore esterno, chissà per quanto ancora. La notte è oscurata da brutti sogni.
Mi guardo intorno, ti guardo attorno, e il verdello veneto è davvero buono.
Vino, calamite, “avvitamento progressivo del ritmo delle percezioni” (*), baci non-tra-tanti. Perché non è tra tanti, se potrebbe essere l’ultimo.
Domani non sarò qui.
“Protocollo vertiginoso di immagini che si affastellano in disordine pigiandosi negli occhi, ferite incurabili nella memoria, e schegge, strisciate di passaggio, fughe di oggetti, polvere di cose […] ipertrofia del vedere e del sentire” (*), mentre sorrido ed è assurdamente sincero, mentre sei lì che non sai, ma non riesci a non sorridere, sorridono le mie compagne di sempre (eravamo bambine, se guardo indietro, noi.) ma una forse piange, io che non so, davvero, giuro, non so.
Intorno -straniamento-, mi stanno a cuore questi appenaconoscenti, mi stanno a cuore, sì, vedo debolezze e scorci, vedo, ogni tanto.
E poi lo sguardo torna all’angolo, alla sedia in cui giaci sorridente a offrire voti, ad aspettare il millesimo flash.
E vorrei che non ci fossero state cose e case e porte.
(*) A. Baricco,
Castelli di Rabbia
Non voglio.
E’ che oggi penso che non riuscirò, mi sto rassegnando.
Non so che altro fare di fronte al tuo muro.
E anche se non riesco a credere che martedì -tra appena 5 stupidi giorni- mi avresti salutato per sempre, senza più nessuna possibilitàbaciopensiero, con 2 stati tra noi...
(perché è questo che sento: che -d’improvviso- mi sarei girata per un bacio e tu, tu. Mi avresti lasciato andare con un addio a fior di labbra, così, come se nulla fossimo stati, noi. [E non si può non tornare con tuffi al cuore a quella lettera, l’unica, bellissima, su cui ho pianto per giorni, che ho riletto per giorni, il più bel regalo. quella donata prima della Spagna. 2 anni fa. già; che differenza.])...
...restano ben poche cose, ben poche lacrime, ben poche prove, tentativi, illusioni, ma persiste la mia stupidità; quella che mi fa remare, sbattere e ricominciare, dolce credere alla tua vuota parola, alle carezze che ci siamo scambiati fino a ieri. Scambiati, fluidi io&te. (ieri.)
Tristezza.
Tristezza.
Tristezze............(d’addio.)
Quanta tristezza. Non lo so quanta l’omino ne ha addosso.
E’ invisibile (a lui, e solo a lui), si sente invadere.

Ogni giorno da 6 giorni mi sveglio, vuota e piena al contempo.
D’improvviso, penso alla (s)fortuna che ho, perché so sentire (dovrei dire “iper-sentire”). Poi, penso a te, e scaccio con forza “quello”. Penso ai nostri momenti stupendi, a d. mode “A”, il mio. Tutta la dolcezza di quei ricordi, o anche di un presente che esiste solo dentro di me.
Vorrei più di tutto perdermi in un abbraccio, uno dei nostri, ma non posso, non sarebbe lui. Saprebbe di farsa, di costrizione.
Continuo ad ODIARMI in un angolo della mia anima, assolutamente in silenzio affinché il fiele resti il più lontano possibile da occhi già abbastanza salati. E mi odio perché perdòno ancora e amo ancora e desidero ancora, pur sapendo che è finito, che solo io amo, perdòno, desidero. Ancora.
Vorrei con le forze che continuo ad avere per ben poche cose ormai, che tu potessi toccare con una mano (no, la mente non basta) quel motivo, quello dentro di me che mi fa percorrere questa strada -e sono 793 giorni contro tutto, tutti e me stessa-, quello che mi fa pensare ogni giorno -ogni giorno da un famigerato aprile- ai nostri occhi, alle vibrazioni, a portopalo, mani su di me, alle parole, a ungaretti e alla sua parola, a te quando hai quel viso che so solo io, a me quando mi sento quel viso che so solo io.
Dovrei accettare che è passato, o che vive solo in me, come mi hai chiesto... no, non tu, ma altri. Beh, non ce la faccio, io sono io, io non so farlo; io sono in-utile. (a vivere.)
(e non c’è nessuna funzione o rito di dilazione in me, solo qualcosa che -maledizione- non vuole morire.)

Non smetterò di espiare quel 14 maggio, quel 23.
Cordoni ombelicali annodano, affogano, intrecciano, tengono giù zuppi tra dolori, le forbici poco affilate, ammesso che ci siano. Soffoco.
Quella paura di allungare la mano... paura di non trovarti, adesso non è più ombra: non ci sei, sei un lembo squallido di passato, e io un lembo squallido.
La luna gocciola.
Sono suicida d’amore, illusioni, sapori felici troppo poco gustati frantumati tra i denti, il loro sangue sulla lingua rossa.
Non ho ben chiari i ruoli, confondo, traballo, in questa mia sorta di... vita annodata nel parto. Quel cordone doveva stringersi, collana: un attimo e poi azzurro, o rosso o giallo. Non questo grigio, no.
Ci sono cose.
Ci sono certe cose, che pensi che non accadranno mai nella tua vita.
Invece sono solo lì in agguato, in attesa che tu abbia quasi afferrato il quid, che tu abbia quasi scalato le tue personali montagne, madri, padri di facciata, uomini astiosi dal volto bellissimo, ricordi, quanti ricordi, oddio.
E poi quando ti senti più forte, su tutto -o quasi-, eccole: sul fianco scoperto dalla vita che scorre (corre), hai cercato di starle dietro, hai dimostrato, e sei ricaduta.
Non servono certe giustificazioni, a volte. A volte, già, ciò che conta è che sei lì, a terra, il piede ferito, e non più l’appoggio, la voglia, il sé, per correre sola o con tutti.
Vorrei solo scappare. Da me, da loro, mondi, conoscenti, amiche adorate in cui mi specchio di passati e di presenti a metà, tuioiotuTUtutu. Si crolla pezzo per pezzo e sono incapace di lasciarci crollare senza stare lì in mezzo, a (s)travolgermi di calcinacci.
[...]
Non c’è niente che io crei che non possa essere distrutto e vomitato cinicamente da chiunque.
Sono sbagliata. E ora ci sono solo più ricordi, più macerie a cui dare un senso, quando l’unico senso è il mio errore di esser-ci.
Il mio.
L’esser-ci.
Perché questo fondo non lo avevo mai toccato, e adesso che è accaduto con la mia (non) (NON) volontà, adesso che mi sono inzuppata di quel fondo (di sterco), adesso penso che sia la fine di qualcosa, e non è una fine gloriosa: sento angosciosa una morte dietro, e dentro, dentro di me, io, (ero) noemi.
[Stasera si recita a soggetto.]

C’è un bouquet di rosegialle per me, le rosegialle le ho sempre odiate, non il giallo, la rosagialla.
Ho un costume nuovo per l’occasione: 14 euro in via Bandiera, tra tutti che sfoggiano lustrini luccicosi; e sono fiera per la prima volta, di me, dei frantumi di ideali stupendamente destruens, della guerra con me, mememe. Io.
Quel masochismo dietro al culo, coazione e ruminazione mentale tra mura di cristallo, soffoco, indipendenze di vetro, ci sono 47° qui.
Il panico sul corpo, il mio libretto, bello, orgogli, passati.
E cazzo, presenti, ce l’ho fatta, ci sono ancora. 30&lode. Sono io.
Alessitimica, di nuovo.
2 o 3 emozioni, non più.
Quel volto materno (estraneo) assurdamente sorridente -così confusamente sorridente mai in una vita da cui non cresce nulla-, la grande-mère zoppica e mi stringo in me, la mousse al pistacchio e io e la mia Isa, lì. “Tutto” qui.
Mi aggrappo a umane salvezze fugaci, e guardo, e tocco, quel tempo che si consuma (ci consuma), mangia ingordo angoli di cielo (oddio se fa male), lascia il grigio vuoto. A guardarci. (a guardarci.)
(bolla di silenzio mentale. blablabla: silenzio... “un piccolo silenzio che galleggiava nell’aria, come una bolla di sapone”. sto a mollo nel silenzio, stasera si recita a soggetto.)
...perché anche i ricordi barcollano,
pian piano impallidiscono
perchè ricordare non serve più
ricordi che affogano nelle bugie,
e l’odore è insopportabile.