sabato, 30 giugno 2007


[(Io.) Il Brutto Anatroccolo. * ]

«L'estate era iniziata; i campi agitavano le loro spighe dorate, mentre il fieno tagliato profumava la campagna.
In un luogo appartato, nascosta da fitti cespugli vicini ad un laghetto, mamma anatra aveva iniziato la nuova cova. Siccome riceveva pochissime visite, il tempo le passava molto lentamente ed era impaziente di vedere uscire dal guscio la propria prole… finalmente, uno dopo l'altro, i gusci scricchiolarono e lasciarono uscire alcuni adorabili anatroccoli gialli.
- Pip! Pip! Pip! Esclamarono i nuovi nati, il mondo è grande ed è bello vivere!
- Il mondo non finisce qui, li ammonì mamma anatra, si estende ben oltre il laghetto, fino al villaggio vicino, ma io non ci sono mai andata. Ci siete tutti? - Domandò.
Mentre si avvicinava, notò che l'uovo più grande non si era ancora schiuso e se ne meravigliò. Si mise allora a covarlo nuovamente con aria contrariata.
- Buongiorno! Come va? - Le domandò una vecchia anatra un po' curiosa che era venuta in quel momento a farle visita.
- Il guscio di questo grosso uovo non vuole aprirsi, guarda invece gli altri piccoli, non trovi che siano meravigliosi?
- Mostrami un po' quest'uovo. - Disse la vecchia anatra per tutta risposta. - Ah! Caspita! Si direbbe un uovo di tacchina! Ho avuto anche io, tempo fa, Questa sorpresa: Quello che avevo scambiato per un anatroccolo era in realtà un tacchino e per questo non voleva mai entrare in acqua. Quest'uovo è certamente un uovo di tacchino. Abbandonalo ed insegna piuttosto a nuotare agli altri anatroccoli!
- Oh! Un giorno di più che vuoi che mi importi! Posso ancora covare per un po'. - Rispose l'anatra ben decisa.
- Tu sei la più testarda che io conosca! - Borbottò allora la vecchia anatra allontanandosi.
Finalmente il grosso uovo si aprì e lascio uscire un grande anatroccolo brutto e tutto grigio.
- Sarà un tacchino! - Si preoccupò l'anatra. - Bah! Lo saprò domani!
Il giorno seguente, infatti, l'anatra portò la sua piccola famiglia ad un vicino ruscello e saltò nell'acqua: gli anatroccoli la seguirono tutti, compreso quello brutto e grigio.
- Mi sento già più sollevata, - sospirò l'anatra, - almeno non è un tacchino! Ora, venite piccini, vi presenterò ai vostri cugini.
La piccola comitiva camminò faticosamente fino al laghetto e gli anatroccoli salutarono le altre anatre.
- Oh! Guardate, i nuovi venuti! Come se non fossimo già numerosi!… e questo anatroccolo grigio non lo vogliamo! - Disse una grossa anatra, morsicando il poverino sul collo.
- Non fategli male! - Gridò la mamma anatra furiosa
- E' così grande e brutto che viene voglia di maltrattarlo! - Aggiunse la grossa anitra con tono beffardo.
- E' un vero peccato che sia così sgraziato, gli altri sono tutti adorabili, - rincarò la vecchia anitra che era andata a vedere la covata.
- non sarà bello adesso, può darsi però che, crescendo , cambi; e poi ha un buon carattere e nuota meglio dei suoi fratelli, - assicurò mamma anatra, - la bellezza, per un maschio, non ha importanza, - concluse, e lo accarezzò con il becco - andate, piccoli miei, divertitevi e nuotate bene!
Tuttavia, l'anatroccolo, da quel giorno fu schernito da tutti gli animali del cortile: le galline e le anatre lo urtavano, mentre il tacchino, gonfiando le sue piume, lo impauriva. Nei giorni che seguirono, le cose si aggravarono: il fattore lo prese a calci e i suoi fratelli non perdevano occasione per deriderlo e maltrattarlo.

Il piccolo anatroccolo era molto infelice.


Un giorno, stanco della situazione, scappò da sotto la siepe. Gli uccelli, vedendolo, si rifugiarono nei cespugli. "sono così brutto che faccio paura!" pensò l'anatroccolo. […]
Improvvisamente, un raggio di sole e un alito di brezza entrarono dalla porta. L'anatroccolo ebbe subito una grande voglia di nuotare e scappò lontano da quegli animali stupiti e cattivi. L'autunno era alle porte, le foglie diventarono rosse poi caddero. Una sera, l'anatroccolo vide alcuni bellissimi uccelli bianco dal lungo collo che volavano verso i paesi caldi. Li guardò a lungo girando come una trottola nell'acqua del ruscello per vederli meglio: erano cigni! Come li invidiava! […]
L'inverno fu lungo e le sue sofferenze molto grandi… ma un giorno le allodole cominciarono a cantare e il sole riscaldò la terra: la primavera era finalmente arrivata! L'anatroccolo si accorse che le sue ali battevano con molto più vigore e che erano anche molto robuste per trasportarlo sempre più lontano. Partì dunque per cercare nuovi luoghi e si posò in un prato fiorito. Un salice maestoso bagnava i suoi rami nell'acqua di uno stagno dove tre cigni facevano evoluzioni graziose. Conosceva bene quei meravigliosi uccelli! L'anatroccolo si lanciò disperato verso di loro gridando: "Ammazzatemi, non sono degno di voi!"

Improvvisamente si accorse del suo riflesso sull'acqua: che sorpresa! Che felicità! Non osava crederci: non era più un anatroccolo grigio… era diventato un cigno: come loro!! I tre cigni si avvicinarono e lo accarezzarono con il becco dandogli così il benvenuto, mentre alcuni ragazzi attorno allo stagno declamavano a gran voce la sua bellezza e la sua eleganza. Mise la testa sotto le ali, quasi vergognoso di tanti complimenti e tana fortuna: lui che era stato per tanto tempo un brutto anatroccolo era finalmente felice e ammirato

 

ilbruttoanatroccolo

 [*]

perché
le
favole
non
sono
vite.
hanno
sempre
il
lieto
fine,
loro.



rimuginato da piccolaemi alle 16:25
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sabato, 23 giugno 2007


[Testamenti]


 

SonoSonoSonoSono.(io.)”

 

«Un vuoto di significazioni.

Cos’è il “sono” in cui ci troviamo.

Cos'è “è-essere” nella sua verbosità metafisica.

 

L’uomo non può forse sentire di esser-ci quando esiste per qualcosa, oltre che per se stesso? Perché esistere solo per se stessi vuol dire non esistere, oppure esistiamo anche in potenza?

Allora l’uomo è uomo anche se è abbrutito in un angolo? O in un bellissimo giardino da solo? No. L’uomo da solo non è uomo. E’, ma non è uomo.

 

Le velleità di comunione amore contatto umano... veli scarni, carte veline lorde, insozzate, per la maggior parte dei casi in cui se ne fa uso (inflazione smodata di sentimentalismi resi stupidi da chi non sa di non sapere.); terminispecchietto, sì perché li vogliamo questi specchi in cui rimirarci.

 

 

Si vorrebbe toccare i luoghi in cui stanno i sentimenti, cuori per tutti, sistema limbico, anima, occhi, bocche.

 

Si vorrebbe leccare l’altro come me stesso lecca senza timore le sue stesse ferite, me stesso non mi farebbe del male, si usa credere.

 

Si vorrebbe essere trasparenti in velo per mostrare a cosa riduce la cattiveria di chi si dice uomo per capire chi è l’uomo quando non è uomo dentro.

 

 

Vorrei vorrei vorrei.

Tocchi, sfiorati, umanità da chi mi muore (vive?) accanto, gesti tesi a vivere, a.

Ma ciò che può dare questa verbosità insozzata di reiterazioni dolorose, replicate, consunte: niente.

 

 

Non si viene toccati da parole, da 200 ipotetiche battute di unghie su tastiere vagamente sporcate da mani sudate di pianti.

 

Non si viene toccati se non si vede; e i ciechi non vedono.

 

Non si viene toccati se non si sente, e non abbiamo la possibilità di far sentire nulla, se l’Altro non vuole, siamo esseri pietosamente limitati a noi stessi, ripiegati, irriflessi se non in laghi di narcisi monocromi.

 

 

Siamo uomini, ed è un peso.

Il limite che ci sta attaccato al culo è un peso.

 

Siamo fuscelli e non giunchi, siamo prede perché siamo prede di quest’umanità della sua intrinseca crudeltà, il carnefice è lei, e noi siamo illusi, affannati, sudaticci corridori dietro code di nonverità lontane dal nocciolo.

Ci affligge e non ci lascia, o noi non la lasciamo, sempre più ciechi, sempre più illusi di avere coltelli tra le mani.

 

Già. Tra le mani, li prendiamo, come membri tesi, per conficcarli su noi stessi, per ammettere la nostra debolezza nella debolezza che porta a uccidere l’Altro, perché se non uccidi non sei vivo, nella tua impossibilità di toccarlo sai solo ucciderlo e lasciare quelle spoglie un po’ piumate morbide dolci rotondità su un asfalto ammantato di te, “uomo”, che costruisci o desertifichi a piacimento.

 

E solo il deserto resta, nella sua incapacità immarcescibile di entrare toccare sentire provare (puoi solo uccidere, non-uomo.).»

 

 

Ma io.

Che a volte osservatore esterno coinvolto da un sentire tutto deforme su di noimealtri, ti guardo, non posso toccarti dentro, sei bidimensionale di mosaici bizantini dorati su pareti di chiese profane,

non posso fare a meno di riempirti di calde lacrime futurepassate, per questo. Scempio. Sanguinolento. dai rigagnoli sui miei piedi in un ricordo vicini ai tuoi.



rimuginato da piccolaemi alle 20:26
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mercoledì, 20 giugno 2007


Siamo bestie. Sono bestia.
Non c’è voluttà di umanità nel fare a pezzi, bestie informi senza parole eccitate sulla morte: vuoti simulacri silenti di fronte alla vita, niente simboli, si nutrono di carcasse odorose di passato scintillante ruttando soddisfatte, leccano zampe annegate nel mio sangue rouge. Il. Mio. Sangue.

E io come loro bestia, sì, lì, vuoto simulacro di passati mai miei, bugiebugiebugie. Alienanti, alienata. Come ho vissuto? Cosa ho fatto?
Che importa.
Presente ipertrofico di bestie mi divora (il mio presente ipertrofico si lascia divorare), “le braccia a pezzi a furia di afferrare nuvole”, non so, non voglio difendermi, fai in fretta.

Lei, noi, bistrattati, quante volte nullificati, così, annichiliti.
Penso, mentre prendono a morsi lo stomaco strappato con furia al mio grembo, mangi lento il cuoreanomalo offerto in dono da me: bestia consunta umida, salici di tristezze, violati violini violenti.


 


«C’è un silenzio fortissimo. […]

Albe intense e magnifiche, fiori colti da spasimi.

Guardo mostri che piangono, stanze sole e pienissime.

Stammi dietro, vieni dentro, stammi dietro e poi stringimi.

Nell’immenso rimani.» (I. Santacroce)



rimuginato da piccolaemi alle 14:57
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domenica, 17 giugno 2007


Ognuno ha le sue idiosincrasie.

Io ne ho sviluppato alcune per determinate specie di esseri umani.

Si potrebbe credere che sia semplice, una decisione presa passeggiando in via Libertà con la brioche in mano. Che è al pistacchio, ma sa di fiele.

Rendersi conto di quanto si è soli, di quanto tutto sia precario, di quanto non si possa stringersi a nessuno, neanche a chi si dice amico, neanche a chi si dice amore. Non si può, non si deve.

 

(odio per i verdi sguardi inesperti che si tradiscono dal di dentro,
cerco analgesico per psiche autolesionista.)

 

Noi che siamo api, voliamo in cieli vicini a cercare miele, instancabili.

E quando scorgi qualcosa di giallo, prepari la discesa con le esili ali, lo tocchi suadente, felice, sorridi. La fine.

Brillava di desideri esauditi, ed era menzogna luccicante, specchio per stupide allodole illuse, pianta carnivora si apre su di te mastica soddisfatta i frutti delle trappole a lungo filate a tradimento.

E tu, con i tuoi occhi tremuli, dolce muori a poco a poco, persa nel miscuglio di quel veleno che è la felicità appena sfiorata, tradita, usurpata, paura di quel che sai che è morire da sola.



“Semplicemente, senza che un solo angolo del suo volto si muovesse,
e assolutamente in silenzio, iniziò a piangere, in quel modo che è un modo bellissimo, un segreto di pochi, piangono solo con gli occhi, come bicchieri pieni fino all'orlo di tristezza, e impassibili mentre quella goccia di troppo alla fine li vince e scivola giù dai bordi, seguita poi da mille altre, e immobili se ne stanno lì mentre gli cola addosso la loro minuta disfatta.”
(A. Baricco, Castelli di Rabbia)



rimuginato da piccolaemi alle 15:14
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giovedì, 14 giugno 2007



Fiato gracchiante di presunzione imbandisce trappole filamentose linguisticamente imperfette. Touchée; veleno, gemo, fantasmi di eve in decomposizione mi appestano con sorti incise dal seme, mi vorreste infelice gracchiante, per completare l’oeuvre.

(come loro? mi oppongo vostro onore.)

Prego mia cara, squalifica pure l’umano esser-ci, io nasco dal nulla, e tu dondolati sorda sul tuo egonoir, dama sterile grondante di vanti virtuosi.
...E io. (io?)
Ignoro sublimi cecità acetilate e macchie oleose su di te, regina,
il tuo focolare è lurido, non vedi, donna?
 

(mi spiace. oggi si cassa il marcio nocivo, e voi, veleno che mi scorre
dentro, godete in quel veleno occhi infetti orgasmi nel veleno
il vostro sterminio.)



rimuginato da piccolaemi alle 22:04
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mercoledì, 13 giugno 2007


Ho segnato un punto a favore dei miei lembi in coma da nazi-psiche autolesionista hitleriana del cazzo.

I postumi di parole di burro da spalmare sul pane la mattina col sole mi fanno sorridere. E' una stranezza da sereno stupore infantile, la mancanza della mancanza... ma sono assolutamente così: nitida, non trasudo tristezze, per una volta, non penso realtà patetiche con 24 ore di autonomia psichica.

Cioccolatino edulcorato pistacchio&coffe; sereno, su una strada.
Non si scioglie su soli matrigni. 



 



rimuginato da piccolaemi alle 14:15
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lunedì, 04 giugno 2007


zucchero rosso




«Jun stava con il capo appoggiato sul petto del signor Rail. Fare l'amore così, la notte che lui tornava, era un po' più bello, un po' più semplice, un po' più complicato che in una notte qualunque.


C'era di mezzo qualcosa come lo sforzo di ricordarsi qualcosa. C'era di mezzo un sottile timore di scoprire chissaché. C'era di mezzo il bisogno che fosse comunque bellissimo. C'era di mezzo una voglia un po' impaziente, un po' feroce, che non c'entrava con l'amore. C'era di mezzo un sacco di roba.


Dopo - dopo era come ricominciare a scrivere da una pagina bianca.
Qualsiasi viaggio avesse portato in giro per il mondo il signor Rail, scompariva nel bicchier d'acqua di quella mezz'ora d'amore. Si ricominciava da dove ci si era lasciati.

Il sesso cancella fette di vita che uno nemmeno si immagina.

Sarà anche stupido, ma la gente si stringe con quello strano furore un po' panico e la vita ne esce stropicciata come un bigliettino stretto in un pugno, nascosto con una mossa nervosa di paura.


Un po' per caso, un po' per fortuna, spariscono nelle pieghe di quella vita appallottolata mozziconi di tempo dolorosi, o vigliacchi, o mai capiti
. Così.»
(A. Baricco, Castelli di Rabbia.)



(sentirmi. così. [e poi afte; infette.])



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sabato, 02 giugno 2007


dèlire à deux

 

Ancora ti urla un mostro in testa,
mi chiudo ai vasi comunicanti di
angoscia corrosa
-miscela di liquidi, si fondono-
e cola densa, su, o giù.
.o entrambi.


Questa pena comminata alla nascita,
vestito nero originario ristretto troppo attillato,
su pelle come spilli autoinflitti, su pelle bianca,
compresso, su pelle bianca, latte raffermo,
trasborda.



rimuginato da piccolaemi alle 15:34
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